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Ray Amm e Bob McIntyre: gli eroi del motociclismo in “bianco e nero”

Se entrando in curva non hai la sensazione di cadere vuol dire che stai andando piano” – amava ripetere Ray Amm. Perché Todesengel”, L’angelo della morte – così era soprannominato – era uno di quei piloti che andava sempre oltre il limite, e in questo ricordava molto Omobono Tenni. Perché come Tenni, anche a Ray Amm non interessava la vittoria in sé, a lui piaceva solo andare forte e arrivare prima degli altri.

Incurante del mezzo e degli avversari, Ray amava, soprattutto, le sfide con se stesso, ed ogni volta cercava di superarsi, come se quel traguardo davanti ai suoi occhi fosse irraggiungibile. Un pilota d’altri tempi, che amava leggere la Bibbia chiuso nella sua roulotte e accarezzare la sua moto prima di ogni partenza.

E aveva fatto così anche quel giorno a Imola, l’11 aprile 1955. Era appena approdato all’interno della scuderia del Conte Agusta, che gli aveva affidato la 350 a quattro cilindri con cui affrontare la nuova stagione iridata. E la Coppa Shell, prima gara del 1955, non valida però ai fini della classifica mondiale, fu l’occasione per portare al debutto la nuova moto. Spingeva forte Ray, impiccato, come sempre, ad ogni curva. La sensazione che non ci stesse dentro, soprattutto alla Rivazza, era forte, ma era il suo modo di guidare, e per questo i 100.000 spettatori stipati lungo le rive del Santerno lo acclamavano ad ogni passaggio.

Fino a quel terribile momento. Fino a quando la “nera signora”, nascosta nell’ombra della Rivazza, non lo chiamò tra le sue braccia.

Ecco come il Dottor Costa, nel suo libro dottorcosta, ricorda questo grande campione, che non vinse mai alcun titolo iridato nel Motomondiale, ma che si aggiudicò tre Tourist Trophy.

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“Amante del rischio, Ray Amm in curva era persino capace di mettere i piedi per terra per guidare la moto con la forza della volontà di chi voleva liberarsi da tutte le leggi della fisica. Durante la corsa dialogava con la morte e Lui stesso ammetteva con quel dolce sorriso che cancellava ogni violenza dalle parole: “Se nel correre non provassi per un attimo la gelida e perturbante sensazione di poter morire smetterei perché indegno di affrontare una curva o una corsa”. La morte accettò il dialogo e gli regalò tante corse ma poi decise di “donargli” l’ultima curva… la Rivazza a Imola l’11 Aprile 1955 durante il 22° giro.

Ray Amm sparì dal mondo ma la sua partita la continueranno a giocare tutti i motociclisti e così sarà per sempre per l’eternità… E quando un motociclista incontrerà la misteriosa signora vestita di nero, alla fine della partita, saprà che non è a lei che va la vittoria finale”.

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Per Bob McIntyre l’appuntamento con il destino arrivò sette anni più tardi, il 6 agosto 1962 ad Oulton Park, anche se in realtà morirà il 15 agosto all’ospedale di Chester. Anche Bob McIntyre, per tutti Lo scozzese volante, non conquistò mai alcun titolo iridato, e quando finalmente arrivò alla Honda, la “nera signora” (sempre lei, che di piloti se n’è presi tanti), mise fine ai suoi sogni iridati. Perché anche Bob, che arrivò sempre in ritardo sulla moto vincente, era uno di quei piloti che non mollava mai e che, quando ormai sembrava aver raggiunto il limite, si inventava sempre qualcosa di nuovo per andare oltre le leggi della fisica.

Introverso, duro in pista e dotato di quella follia che piaceva molto agli appassionati, stabilì numerosi record, e demolì avversari alla velocità della luce.

A Spa, nel 1957, con la Gilera 500, coprì il giro veloce alla stratosferica media di 215,012 km/h. Insomma, un gigante. Un gigante sfortunato che non riuscì a portare a termine la sua opera.

Definire Ray Amm e Bob McIntyre due tra i più grandi campioni di motociclismo di tutti i tempi è, probabilmente, troppo riduttivo. Perché nessuno (se escludiamo Omobono Tenni) più di loro mostrò mai un simile coraggio, una simile audacia.

Ray e Bob – L’angelo della morte e Lo scozzese volante – due piloti epici, due eroi del motociclismo in “bianco e nero”.


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