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Ritratto di Pilota: Loris Capirossi, un duro dal cuore d’oro!

Chi, trovandosi a passare per Borgo Rivola alle 6 del mattino del 16 settembre 1990, sentì suonare le campane per un bel quarto d’ora, probabilmente si domandò se il parroco di quel piccolo paese non fosse impazzito. Ma Don Sante non era affatto impazzito, e gli abitanti del ridente borgo romagnolo compresero subito quello che era successo: quel piccoletto di modesta ed onesta famiglia ce l’aveva fatta, era diventato il nuovo campione del mondo della 125, il più giovane campione del mondo della storia.

Da quel giorno, il diciassettenne Loris Capirossi diventò per tutti “L’enfant prodige” del motociclismo. Quel ragazzino dalla faccia simpatica si era accasato nel team Pileri solo qualche mese prima, doveva essere la seconda guida, la spalla del veterano Fausto Gresini.

Ma non sempre le cose vanno come uno se le aspetta

L’infortunio occorso a Gresini, che lo mise fuori gioco per tre Gran Premi, costringendolo di fatto a dire addio ai sogni iridati, spostò l’intera attenzione del team sul giovane Loris, che ripagò tutti con la conquista del titolo mondiale. A quel primo titolo ne seguirono altri due: uno sempre in 125, l’anno successivo, e l’altro in 250 nel 1998, proprio contro quel Tetsuya Harada che alcuni anni prima glielo aveva sfilato dalle mani quando ormai il gioco era fatto. Ma fu un titolo dal sapore amaro. A causa di un contatto in gara proprio con Harada (suo compagno di squadra) l’Aprilia lo licenziò. Ma Loris non si arrese e l’anno successivo, in sella alla Honda versione clienti del team Gresini, diede comunque filo da torcere a Valentino Rossi e all’Aprilia ufficiale.

Decise così di tornare in 500 dove ad attenderlo c’era una Honda satellite del team di Sito Pons. E mentre tutti aspettavano il duello Biaggi-Rossi, a sorpresa, Loris dimostrò fin dalle prime gare di essere l’unico pilota italiano in grado di competere con i veterani della classe regina, e al Mugello conquistò una splendida vittoria.

Ma la sfortuna è sempre dietro l’angolo

A Brno, in prova, cadde e si ruppe una mano. Lo stoico Loris, però, che del coraggio aveva fatto il suo credo, si presentò ugualmente sulla griglia di partenza. Terminò la gara al quinto posto, e subito dopo essere rientrato ai box svenne per il dolore.

Come poteva, un pilota così minuto, disporre di cotanta energia?

Le moto non erano solo la sua passione e il suo lavoro, erano la sua vita, e per loro Loris dava sempre il 110%. Come l’anno successivo, quando, sempre in sella ad una moto clienti, chiuse la stagione al terzo posto assoluto, dietro al campione del mondo Valentino Rossi e a Max Biaggi, rispettivamente su Honda e Yamaha ufficiali. Ma anche nel 2002, pur non potendo lottare per la vittoria, Loris riuscì a colmare con il cuore il “gap” non certo contenuto che c’era tra la sua vecchia 500 a due tempi e le nuove Motogp a quattro tempi. Andò meglio nel 2003, quando la Ducati lo scelse come pilota di punta per portare in gara la nuova Desmosedici Gp3. Con quel missile rosso dalla ciclistica impossibile e capace di far impallidire, in quanto a velocità massima, una monoposto da Formula1, conquistò una vittoria e cinque podi.

Alti e bassi hanno caratterizzato tutta la sua carriera ma, nel 2006, solamente la sfortuna gli sottrasse la gioia del titolo iridato. Alla partenza del Gran Premio della Catalogna fu coinvolto in una terribile carambola innescata dal suo compagno di squadra Sete Gibernau. Loris riportò un forte trauma toracico addominale che, tra l’altro, nella successiva gara di Assen, lo costrinse ad un mesto quindicesimo posto. Tosto com’era tornò più motivato di prima, ma quelle due battute a vuoto pesarono come un macigno sul cammino mondiale, e alla fine si dovette nuovamente accontentare della terza piazza iridata, in quella che fu l’ultima stagione delle 1000 a quattro tempi. Infatti, dal 2007, il regolamento della classe MotoGP stabilì l’abbassamento della cilindrata a 800cc. E alla guida della nuova Desmosedici Gp8 (sulla quale, per la verità, Loris non si trovava a suo agio) portò a termine il suo ultimo capolavoro, andando a vincere, 17 anni dopo la sua prima vittoria a Donington, il Gran Premio del Giappone a Motegi, proprio nel giorno in cui il suo compagno di squadra, l’australiano Casey Stoner, conquistava il titolo iridato.

Terminata l’avventura coi prototipi bolognesi, Capirex passò poi alla Suzuki, e con la moto di Hamamatsu salì sul terzo gradino del podio a Brno nel 2008. Fu l’ultimo podio, il novantanovesimo, della sua unica ed irripetibile carriera, che lo portò a gareggiare per ben 22 anni e 328 Gran Premi. Nessuno, nemmeno Agostini e Nieto sono arrivati a tanto.

Loris è stato uno dei campioni più veloci in assoluto sul giro secco. Un pilota che avrebbe potuto vincere molto di più, se solo fosse stato un po’ meno sfortunato e un po’ più costante. Un duro dal cuore d’oro che, per l’ultima gara della sua carriera, ha voluto “indossare” il numero 58 in ricordo dell’amico e collega Marco Simoncelli, deceduto in gara due settimane prima sul tracciato di Sepang.


3 Comments

  1. Pierluigi Celi via Facebook

    2012/02/29 at 10:06 AM

    A me piaceva fa morire! Come diceva Meda metteva giù il capoccione su quella ducati che sballonzolava…un cuore e una generosità unica!

  2. Pianeta Riders via Facebook

    2012/02/29 at 10:08 AM

    testa, cuore, manico e talento. Con un pizzico di sfortuna in meno, un poker micidiale

  3. Simona Milani via Facebook

    2012/02/29 at 5:08 PM

    Adoravo e adoro tutt’oggi il mio Idolo di sempre..
    Bello come un Dio!
    Che sogno che e’ sempre stato..

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