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Moto leggendarie: Laverda SFC 750, il primo “urlo” dei campioni

<< E’ sicuro che fossero colpi di arma da fuoco?>>.
<< Per niente. Poteva essere una moto. E infatti poco dopo è passata una moto di grossa cilindrata>>.
Questa fu la risposta che un finanziere diede al commissario Montalbano durante una delle sue indagini.

Montalbano? E che ci trase Montalbano? Nenti! Ma che il suono aperto degli scarichi da corsa della Laverda SFC 750 assomigliasse a dei colpi di arma da fuoco era cosa vera!

Del resto, che l’intenzione dei tecnici di Breganze fosse quella di realizzare una vera e propria motocicletta da corsa fu chiara fin da subito, lo si capiva già dal primo sguardo. Se non fosse stato per quelle appendici, obbligatorie per l’utilizzo stradale, veniva difficile credere che quel prestigioso bicilindrico dal “sound” a dir poco assordante potesse circolare liberamente sulle strade di tutti i giorni. La SFC, oltretutto, veniva fornita con tromboncini e rapporti finali diversi, in modo che i proprietari potessero agevolmente modificare la moto per le gare o per la strada.

Il perché, invece, di quella colorazione un po’ “pacchiana” restò sempre un mistero. C’era chi sosteneva che quell’arancione troppo acceso fosse stato scelto per rendere facilmente visibile la moto agli uomini del box, e c’era chi sosteneva che per assemblare la SFC fossero state utilizzate le giacenze di magazzino delle macchine agricole Laverda.
Di fatto, questa “silhouette” minimalista e appariscente, con le sue vittorie e la sua forte personalità, non passò inosservata. Le sue spiccate doti sportive fecero sì che molti giovani piloti la scegliessero come moto per iniziare a correre tra i grandi. Virginio Ferrari, Franco Uncini e Marco Lucchinelli, tre campioni del mondo, agguantarono le prime vittorie proprio in sella alla bicilindrica di Breganze.

Presentata ufficialmente al Salone del Ciclo e Motociclo di Milano nel novembre del 1971, fu realizzata fino al 1977 in tre serie successive, e ne furono prodotte, compresi gli esemplari pre–serie, solamente 549. Ecco perché oggi è una moto molto ricercata dai collezionisti.

Il bicilindrico in linea raffreddato ad aria, capace di erogare la bellezza di 72 cv e di spingere la SFC a quasi 220 km/h, era il vero gioiello di questa moto, tant’è che nelle prime due serie rimase sostanzialmente invariato. La parte più pregevole, dal punto di vista tecnico, era certamente l’albero motore, composto da sette parti unite per forzamento e con un peso soli 15 kg, inferiore di 4 kg rispetto a quello della sorella stradale SF.
Per la terza serie, invece, furono modificati alcuni particolari come le camere di scoppio e l’albero a camme. Furono inoltre adottati un radiatore per il raffreddamento dell’olio e l’accensione elettronica Bosch.

Ma fu sulla ciclistica che si intervenne più pesantemente. Nella seconda serie il telaio fu riprogettato completamente, allo scopo di abbassare l’altezza della sella che, unitamente al peso considerevole, rendeva la SFC poco maneggevole nei percorsi tortuosi. Furono inoltre rivisitate le sospensioni e i pesanti e tradizionali tamburi lasciarono spazio a tre dischi da 280 mm di diametro di produzione Brembo. Gli ultimi 37 esemplari, inoltre, furono “arricchiti” con cerchi in magnesio a cinque razze.

Un motore potente, quindi, ma anche molto affidabile, come testimoniano i numerosi successi ottenuti nelle gare di durata più impegnative, come la 24 ore di Barcellona e le 500 km di Modena e Vallelunga.

Non saprei dirvi se la SFC sia stata la meglio riuscita di tutte le motociclette uscite dagli stabilimenti di Breganze, ma di certo il suo inconfondibile “urlo” resterà per sempre uno dei più affascinanti della storia del motociclismo.


1 Comment

  1. Ado

    2011/09/06 at 7:45 PM

    Vorrei tanto provarne una…

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