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Leggende del Motociclismo: quando Mick Doohan e Carl Fogarty dominavano le scene

Correvano gli anni novanta. Gli anni in cui l’australiano Mick Doohan e l’inglese Carl Fogarty dominavano il motociclismo a due e quattro tempi. Gli anni in cui il cuore contava più del polso, e il polso più del mezzo.
Entrambi classe 1965,  vinsero il loro primo titolo mondiale nel 1994. Pur non incontrandosi mai direttamente, se non in qualche rara occasione, i due campioni ebbero  carriere molto simili. Mick Doohan dominò la scena della classe 500 dal 1994 al 1998, ininterrottamente, mentre Carl Fogarty fece sua la corona della Superbike per ben 4 volte (1994-1995-1998-1999). Portacolori della Honda l’australiano, della Ducati l’inglese, con una breve ma fugace apparizione in Honda, furono due uomini capaci di conquistare 9 titoli mondiali, 113 vittorie e 204 podi. Due uomini i cui avversari si chiamavano Kevin Schwantz, Luca Cadalora, Troy Corser e Aaron Slight, e che riuscirono nella difficile impresa di “piegarli” a suon di vittorie.

A Mick Doohan, in sella alla Honda ufficiale, spettò il difficile ruolo di successore di Wayne Gardner, il vecchio “leone australiano” campione del mondo della 500 nel 1987.
Ma il campione di Brisbane, dall’inconfondibile stile “avvitato”, fece ancor meglio, conquistando ben 5 titoli mondiali nella classe regina. Alcuni sostengono, ancora oggi, che senza il drammatico incidente occorso a Wayne Rainey nel 1993 a Misano, l’era Doohan non  avrebbe avuto mai inizio ma… non è così!
Perché l’era Doohan avrebbe potuto iniziare già nel 1992, quando dominò la prima parte della stagione, cinque vittorie in sette gare, fino al terribile incidente di Assen. Lo sciagurato medico olandese, anziché curarlo, gli macellò la gamba destra, e solo il disperato intervento del Dottor Costa salvò la situazione ormai gravemente compromessa. Ma Mick Doohan non si arrese e nonostante una gamba martoriata, che non riacquisterà mai più la sua completa funzionalità, tornò in pista più forte di prima. Certo, con Wayne Rainey purtroppo fuori dai giochi per sempre, e con un Kevin Schwantz alle prese con i postumi delle numerose cadute e avviato verso il viale del tramonto, le sue imprese assunsero un sapore diverso, ma non per questo furono meno importanti. E come per tutti i più grandi campioni, sarà un infortunio a farlo scendere da quel treno in corsa. Nel 1999, durante le prove del Gran Premio di Spagna a Jerez, cadde rovinosamente a terra, infortunandosi nuovamente la gamba. Fu allora che decise che il periodo degli eroi doveva finire, e questa volta per sempre.

“La sua storia è anche un pezzo della mia storia. Doohan è stato un pilota spinto da una fame di vita che trascendeva il semplice concetto di vittoria. Una grande amicizia, la nostra, vissuta nel dolore e nel coraggio. E nella vittoria”. In queste parole del Dottor Claudio Costa c’è tutta la sua ammirazione per Mick Doohan.

Anche Carl Fogarty sarà costretto ad abbandonare il treno in corsa a causa di un infortunio. Perché anche per un gladiatore, prima o poi, arriva il momento di dover lasciare l’arena in cui ha combattuto e vinto per tanto tempo.
Di certo, il ragazzo dei sobborghi di Blackburn, cresciuto tra case, muretti e pali della luce, cambiò per sempre la storia della Superbike e della Ducati. Dietro a quello sguardo di ghiaccio, che ricordava molto quello del re del terrore Diabolik, si nascondeva un ragazzo timido e innamorato della propria famiglia. Ma quando saliva su quella Ducati, che sembrava quasi voler spezzare in due, si trasformava in un terribile ragazzaccio che seminava il panico tra gli avversari. Figlio d’arte, suo padre George corse con buoni risultati al Tourist Trophy negli anni settanta, “King” Carl amava scattare come un fulmine al via e dominare in solitaria il resto della gara, situazione che nel corso della sua carriera gli capitò spesso.

 I bravi ragazzi non vincono mai era la sua frase più celebre. E a conferma di questo arrivarono le parole del compianto Steve Hislop che, ricordandosi di quando lui e Fogarty erano compagni di squadra alla Honda Britain, disse “Per batterti ti deve odiare letteralmente, è il suo modo di fare”.
Cercava di schiacciare psicologicamente l’avversario, fargli capire che, se si fossero trovati uno di fronte all’altro, non avrebbe mai mollato, anche a rischio della propria vita. Un “terrorismo psicologico” che spesso lo aiutò, ma che non sempre diede gli esiti sperati. Come al Tourist Trophy del 1992, quando fu battuto proprio dal suo grande rivale Hislop in sella alla rotativa Norton. Per Fogarty fu una sconfitta pesante, e all’Isola di Man non tornò mai più. E fu così che “sbocciò” la più grande leggenda della Superbike.


2 Comments

  1. Matteo Brambilla via Facebook

    2011/10/14 at 9:26 AM

    non dimentichiamoci di lui!!!! è 1 mito!!!

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