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MotoGP: il dream team Burgess-Rossi anche in Ducati? L’importanza del fattore Umano


(articolo di Davide Petrachi)

In un mondo sempre più tecnologico, in un millennio dove il fattore “innovazione” regna indiscutibilmente sovrano, può ancora esistere il “fattore Umano”? Può ancora esserci spazio per il “sentimento”, motore trainante non più di un centinaio di anni fa nella spinta in avanti portata all’evoluzione tecnica? Stando a quanto sta avvenendo negli ultimi tempi nel “nostro mondo” (quello propulso da un motore e fatto rotolare da due ruote), sembrerebbe proprio di si.

Non più tardi di un mesetto fa, parlammo dell’ingrediente Umano, aroma aggiunta di un piatto già ricco di per sé, come un elemento chiave in alcune situazioni. Discutemmo su quanto, e in che modo, uomini “importanti” come Suppo e Tardozzi, “mancassero” ad una Ducati (SBK e MotoGp), che appariva realmente priva di una guida, di un fattore umano trainante.

Oggi la situazione si ripropone e a farcela rivivere, o almeno a provarci, ci pensano due numeri uno, due assi del mondo MotoGpValentino Rossi e Jeremy Burgess. Il primo dei due, come noto ormai a tutti, è prossimo a passare sotto l’effigie Ducati; il secondo, almeno fino al termine di questa stagione, è da sempre fido confidente del 9 volte Campione del Mondo. Due assi del motomondiale, dicevamo,  e come negarlo.  Burgess è uno che conosce bene il Campionato dei prototipi e che, alle sue spalle, ha una storia che cade a fagiolo per quel che riguarda quel “fattore umano” di cui andiamo discorrendo.  Ma procediamo con ordine.

Dicevamo che il Dottore andrà a vestire il Rosso. Ma Jeremy cosa farà? E’ notizia fresca che il manager voglia provare a seguire Valentino nella nuova avventura. E qui, ripercorrendo la storia dell’ingegnere australiano, andiamo a ritrovare il sentimento, nota aggiunta e indispensabile nell’apporto umano in un ambiente, la MotoGp, che si mostra sempre più spesso squalo divoratore di “persone”.

Burgess avrebbe dovuto terminare la sua lunga e soddisfacente carriera già dopo l’abbandono di Mick Doohan, ma qualcosa, o meglio qualcuno, gli fece cambiare idea. Il tecnico disse: “Quando incontri uno come Valentino, non te lo devi lasciar scappare”.

Detto fatto, si sobbarcò prima l’avventura con l’italiano in Honda (NSR 500 – RCV 211V), poi, addirittura, decise di seguirlo nello storico cambio di “casacca” dal Team Repsol al Team Yamaha. Dopo tante vicissitudini, tutti avranno pensato che il signor Jeremy, alla non più giovanissima età di 57 anni e con tanti titoli vinti, fosse stanco e che il Dottore dovesse affrontare la sua nuova avventura a Borgo Panigale da solo. Da quel che sembra, invece, non sarà così. Burgess sta ponderando l’idea di sbarcare anche lui dalle parti di Bologna mettendo così in mostra, ancora una volta, il tanto sbandierato fattore sentimentale che lo lega indissolubilmente al pilota di Tavullia. Tanti i titoli vinti insieme, tante le soddisfazioni che i due hanno portato a casa, tanto il peso specifico dell’uomo in sé per sé che rende i due così affiatati, così vincenti. Per usare un gergo tipicamente calcistico, il goleador e il rifinitore: uno serve e l’altro realizza.

Valentino non ha dubbi e oggi ha dichiarato, ostentando una certa sicurezza: “Jeremy rimarrà con me fino al mio ritiro” (fonte Visordown). Parole “pesanti” che rilevano, nel caso ce ne fosse ancora bisogno, quanto Burgess sia stato, nell’ormai lontano 2000, letteralmente stregato dal talento di questo ragazzo italiano. Poi il Dottore ha proseguito: “Ho parlato con Ducati e credo che tutto stia andando per il verso giusto”. 

Gli avversari sono avvisati e il palmares da brividi che i due hanno in bacheca sarà un monito per tutti: il prossimo anno sarà dura battere questo dream team. Sette i titoli mondiali in 11 anni insieme e addirittura 13 totali  quelli che il tecnico australiano ha collezionato grazie alla collaborazione con campioni del calibro di Gardner e Doohan. Le premesse sono importanti, la tecnologia messa a disposizione da Filippo Preziosi e tutta la Ducati pure, ma a Borgo Panigale – come si accennava in alto – la lezione l’hanno imparata bene, quello che conta di più è il “fattore umano”.


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