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Storie di Riders: vita di un pistone, gli ultimi battiti e poi…

È sicuramente da annoverare tra le disavventure che un Rider deve vivere almeno una volta nella vita. Non che sia una cosa piacevole, ma a distanza di anni, insospettabilmente, è bello anche ricordarla… la grippata!

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Col passare degli anni è diventato evento, però, sempre più sporadico. Tutta colpa – si fa per dire – dell’evoluzione tecnologica e dell’incremento dell’affidabilità dei moderni propulsori. La tanto biasimata grippata, oramai finita nel dimenticatoio, fa da spartiacque tra vecchio motociclismo, quello fatto di motori fumanti e meccanica pura, e nuovo motociclismo, sinonimo di diavolerie elettroniche e affidabilità.

Perché, a ripensarci bene, di quelle noie meccaniche che hanno segnato il nostro percorso da Rider, e che tanto ci hanno fatto arrabbiare, qualche volta ne sentiamo la mancanza. Episodi spiacevoli ma che, a distanza di anni, è bello ricordare e dei quali andiamo particolarmente fieri. Insomma, dire alla propria ragazza: ” Amore, oggi sono riuscito a grippare la belva“, era roba da Rider veramente fighi. Io l’ho sempre pensato.

Nel mio trascorso da motociclista, di grippate me ne sono capitate tante, fin troppe direi. Ma c’è un episodio in particolare che voglio condividere con voi. Bergamo, Marina di Massa, Bergamo.

Il “menù” prevedeva 540 km di percorsi tutte curve da divorare in giornata: piatto forte, il passo della Cisa. Non certo una passeggiata per un monocilindrico 2 tempi da 125 cc e un Rider alle prime armi. Ma l’intento era quello di portare le ruote della mia Cagiva Mito lontano da casa, esplorare strisce d’asfalto a me sconosciute, con quel fantastico gruppo ottico a illuminare nuovi percorsi. E finalmente, sulla mia piccola ottavo di litro, sentirmi anch’io un vero Rider. Un motociclista vero, come tanti se ne vedevano scorrazzare sul passo.

Me lo ricordo bene quel dì. Ero in buona compagnia: mi seguivano un paio di amici. Tra quelle curve e controcurve la Mito ci sguazzava, mai come prima avevo provato quel senso di libertà e appagamento. Il viaggio di andata si concluse nel migliore dei modi: quattro chiacchiere in riva al mare, una succulenta piadina “cotto e fontina” tra le mani e un fantastico sole cocente a ritemprare. Ma eravamo solo a metà dell’opera. Dopo la breve pausa rigenerante rimontammo in sella. Ancora sali-scendi entusiasmanti, tornanti, curve ad ampio raggio che si alternavano a tratti più secchi e impegnativi.

La “piccola” reggeva bene, ma col passar dei km un insolito borbottio, proveniente da sotto il serbatoio, si faceva sempre più ossessionante ad ogni riapertura di gas. La baby di Schiranna accusava il colpo? Oppure, più semplicemente, si manifestavano i miei primi segni di stanchezza? La Mito, oramai, la conoscevo come le mie tasche e pareva aver proprio perso quel brio e quella cattiveria che conoscevo. Insomma, quello strano brontolio mi insospettiva parecchio ma continuai a pennellare curve senza darci troppo peso. Poi la spiacevole conferma a un centinaio di km da casa. Gli ultimi battiti, e quel silenzio quasi surreale. Tutto si zittì, come se a farmi compagnia fosse rimasto solo il vento. L’azione decisa e tempestiva sulla frizione evitò il peggio, smorzando lo sbacchettamento del posteriore innescato da non so cosa. Percorsi quelli che sarebbero stati gli ultimi metri del mio viaggio inebetito, consapevole che là sotto era successo qualcosa di grave. Ma cosa? il pistone bifascia dell’ “elefante” aveva alzato bandiera bianca: chiari ed evidenti i segni di grippata.

Beh, alla fine a casa ci arrivai comunque. Stanco, incazzato e, per di più, nelle vesti di passeggero. Nonostante tutto, però, a distanza di anni, ricordo quell’episodio con il sorriso. Storie da Riders, insomma, che fanno da collante tra noi e quel fantastico mondo chiamato motociclismo.


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