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Ritratto di Pilota: abbiamo incontrato Fabrizio Pirovano, una vita nelle corse, una vita da Campione


(intervista di Giorgio Pirovano)

Personalmente ho sempre ritenuto l’umiltà un’ottima dote. Soprattutto nei grandi campioni. È incredibile, infatti, come possa mettere in risalto doti che altrimenti rischierebbero di passare in secondo piano. Qualche giorno fa ho intervistato Fabrizio Pirovano, un campione vero, uno di quelli che ammiro da anni, uno di quelli che val la pena conoscere.

Lo incontro in un capannone ad Arcore, dove lo trovo impegnato a scaricare un furgone. Mi presento subito: “Ciao, sono Giorgio Pirovano“; lui si toglie il guanto e mi stringe energicamente la mano guardandomi strano. Mi confessa che all’inizio pensava che l’omonimia fosse solo uno scherzo. Iniziamo l’intervista e intanto Fabrizio continua a scaricare il suo furgone.

Raccontami, da dove nasce la tua passione per la moto?

In casa, mio padre, mio nonno e mio zio erano tutti degli appassionati. Mio padre, da bambino, mi portava con lui a vedere le gare motociclistiche. Devo dire però che nessuno mi ha mai spinto verso le moto in modo esplicito.

Poi a sei anni chiesi come regalo di Natale una piccola moto da cross che avevo visto in un negozio. Fui accontentato, e la notte del 24 Dicembre, a mezzanotte, la trovai sotto l’albero di Natale. Montai in sella, l’accesi e iniziai a girare intorno al tavolo, con mia madre che mi inseguiva perché avevo creato una cortina di fumo in cucina. Un momento che non dimenticherò mai.

Fabrizio, come mai nella tua carriera sei passato dal motocross alla velocità?

Nel ’77 vinsi l’Italiano di motocross 50cc, purtroppo però a causa di alcune cadute mi ruppi i legamenti del ginocchio sinistro e fui costretto a smettere. A quel tempo non pensavo ancora alla velocità. Un giorno però incontrai degli amici in piazza che stavano andando a girare in pista. Mi chiesero se volevo unirmi. Non avevo la moto adatta e così mi fu prestata da uno di loro.

Alla fine capitò che tra i cordoli rifilai a tutti 3 secondi al giro, e quei ragazzi erano frequentatori abituali dei circuiti. Capii quindi che la velocità poteva fare per me. Nell ’86 ebbi la possibilità di partecipare al trofeo Honda. Ci inscriviamo con due gare di ritardo e comunque arrivammo secondi in classifica. Da allora ho continuato con la velocità fino a sbarcare in SuperBike.

Semplificando al massimo la tua carriera e riassumendola in numeri possiamo dire: 1 titolo nell’Italiano Motocross; 5 titoli Italiani SBK; 1 titolo nella 200 miglia di Misano; 1 titolo Intercontinentale Supersport; 1 titolo Mondiale Supersport. Sei indubbiamente un campione, come te la senti cucita addosso questa etichetta?

A dire il vero non me la sento affatto cucita addosso, mi sento una persona normalissima. E poi ritengo che fare il sostenuto non serva assolutamente a nulla, e non giova a nessuno. C’è anche da dire che la SuperBike, essendo meno seguita della MotoGP, ti dà anche meno notorietà. Almeno un tempo era così. Però non biasimo l’atteggiamento di chi si defila dalla folla; chiaramente non puoi dare retta a tutti.

Nella tua carriera c’è una gara che ricordi particolarmente? E perché?

La prima gara del mondiale SuperBike che ho vinto; il circuito era quello di LeMans, in Francia. Era il 1988.  Le condizioni meteo erano pessime, pioveva, e io partivo dal fondo della griglia. In più montavo degli pneumatici Michelin che erano troppo duri. Durante lo svolgimento della gara, però, smise di piovere. A pista asciutta riuscii a fare una grande rimonta, arrivando fino alla seconda posizione. All’ultimo giro, poi, un ultimo sorpasso e vittoria finale. E’ stata un grandissima soddisfazione.

Qual è il circuito che preferisci in assoluto?

Il circuito di Monza, perché lo sento come il circuito di casa. Monza e Biassono, il mio paese d’origine,  sono geograficamente vicini. E’ un circuito che conosco bene sotto tanti punti di vista: il tracciato, le persone che ci lavorano. In più, quando correvo, era il circuito sul quale c’era la maggior affluenza di miei tifosi, sempre per la questione vicinanza. Insomma lo sento proprio “mio” come circuito.

Nella tua carriera hai pilotato diverse moto. Con quale hai avuto il feeling migliore?

Suzuki e Yamaha, sono le migliori che ho avuto perché avevano sempre pochi problemi. Preferisco le Giapponesi, come sai su Suzuki ho vinto il campionato del Mondo Supersport. E’ vero che si potrebbe obbiettare che con una Ducati sono riuscito a vincere il campionato Europeo Supersport, ma con il team privato Alstare di Francis Batta, non con la Ducati ufficiale. Batta è una persona con un buon potere finanziario, il che gli ha permesso d’avere una Ducati competitiva.

Cosa ti piaceva della SuperBike in cui correvi tu? Cosa ti piace di quella attuale?

Quella dei miei tempi era una SuperBike in cui tutti i team erano privati a parte Bimota, Ducati e la Honda di Fred Merkel che erano ufficiali. I team erano quasi a gestione “famigliare”. Pensa che il mio team era sotto casa mia; “Peppo” Russo preparava i motori e io mi preparavo la moto nel garage di casa.

Noi acquistavamo i kit da Yamaha e Russo li montava sulla moto. Però questa atmosfera fra l’artigianale e il famigliare era veramente bella. Pensa che non c’erano gli “hospitality” che ci sono oggi, noi avevamo preso un pullman, lo avevamo svuotato, e l’avevamo reinventato, adibendone metà ad officina e metà a camper. Quando ci fermavamo piazzavamo una tenda che diventava il box. La SuperBike di adesso è molto più professionale, tanti team ufficiali, quindi tecnicamente le moto sono molto competitive.

Cosa ne pensi delle derivate di serie di oggi?

Personalmente non sono a favore di tutta l’elettronica che si utilizza. Una volta il sensore migliore eri tu, era quello che sentivi sulla moto, e quindi in base alle tue sensazioni aprivi o meno il gas. D’altro canto, però, c’è da dire che le moto attuali hanno tantissima potenza e quindi la gestione è più difficile. Basti pensare che le moto di serie, oggi, hanno potenze maggiori di quelle delle SBK dei miei tempi.

C’è stato un grosso salto tecnico e tecnologico, oggi le moto sono completamente differenti, si usano materiali nuovi, resistenti e leggeri. Il carbonio la fa da padrone, mentre un tempo i compositi erano riservati solo ad alcune parti. Ciclistica, motore, pneumatici, tutto ha fatto evoluzioni enormi.

Quando correvi quale pilota apprezzavi particolarmente?

Erano molti i piloti bravi: Fogarty, Edwards, Doohan, Falappa.

Raccontami qualche cosa su Fogarty…

Fogarty, come ho detto, era un grande pilota. Però c’è da dire che la Ducati ufficiale era molto forte e quindi oltre ad essere lui una buon pilota aveva una moto che era un gradino al di sopra delle altre… anzi, potrei dire che competere con la Ducati era come fare una gara fra una persona sana e una con una gamba di legno.

Un pilota con cui avevi o hai il miglior rapporto personale?

Con Haga ho un buon rapporto, è una amico ci vediamo spesso e comunque lo apprezzo anche molto come pilota.

Ricordi un episodio particolare che ti è capitato in gara?

In Giappone, gran premio di Sugo nel 1988, sono rimasto senza freni. Durante la gara una spina si è tranciata facendo cadere le pastiglie dei freni, ero in seconda posizione e stavo percorrendo il terzo giro; alla prima curva dopo la salita, in sesta piena, pinzo e non succede nulla.

A quel punto mi sono buttato per terra scivolando, perché altrimenti avrei rischiato di andare a sbattere contro il gard-rail. Fortunatamente non ho riportato rotture dopo la caduta, ma avevo un sacco di lividi ed escoriazioni. Ho corso la stesso Gara2 ma sono arrivato decimo. Per via di questo problema tecnico, ci siamo giocati il primo posto, perché alla fine del campionato abbiamo concluso secondi.

C’è un pilota della SuperBike attuale che apprezzi particolarmente?

Come già ti ho detto precedentemente, Haga è un amico e un bravo pilota, mi piace come corre. Ci sono comunque parecchi piloti bravi in SBK. Biaggi è un ottimo corridore ma anche Haslam e Rea. E poi Checa perché è un eccellente pilota. Nonostante non sia più giovanissimo va veramente forte.

Riformulo la stessa domanda che ti ho fatto pocanzi, ma relativamente alla MotoGP…. C’è un pilota della MotoGP attuale che apprezzi particolarmente?

Indubbiamente Valentino Rossi, non c’è nulla da dire, è un grande campione. Ha vinto 9 titoli mondiali tutti meritatamente tenendo conto che è passato da Honda a Yamaha. Anche Lorenzo è un buon pilota. Devo dire però che generalmente sono campanilista, nel senso che solitamente tifo per i piloti Italiani.

Quale ritieni il pilota più grande di tutti i tempi?

Agostini sicuramente, ha vinto tantissimo, è impareggiabile. Era un grande pilota che guidava una grande moto; e il connubio gli ha permesso di raggiungere dei risultati straordinari.

Hai mai fatto il “talent scout”?

No, non mi è mai capitato, però attualmente sto dando una mano a Daniele Beretta un pilota che milita nella Stock 1000.  E’ un bravo ragazzo, due anni fa ha fatto dei buoni risultati, l’anno scorso in sella ad una BMW ha avuto qualche problema. Quest’anno correrà con una Honda e gli auguro di cuore di fare bene.

Hai concluso la tua carriera nel Team Suzuki Alstare per il quale lavori tuttora. Di cosa ti occupi e come vedi il tuo futuro in questo team?

Voglio precisare che con Francis Batta e sua moglie ho veramente un ottimo rapporto, sono stati la mia seconda famiglia a loro devo molto. Dopo aver concluso la mia carriera agonistica sono rimasto a dare una mano nel team proprio perché mi trovo molto bene.

Mi sposto spesso fra Italia e Belgio, dove ha la sede la Alstare, fermandomi là anche per mesi. Non ho una mansione precisa, contribuisco nel team come posso mettendo a disposizione la mia esperienza ma anche la mia buona volontà perché svolgo qualsiasi compito a seconda della bisogna.

Non hai mai pensato di aprire una scuola di pilotaggio?

No mai. Perché è vero che con qualche consiglio una persona possa migliorare il suo stile di guida, però d’altro canto se una persona non è dotata purtroppo non è dotata.  Io ho imparato da solo ad andare in moto, nessuno me l’ha insegnato. Nel mio caso, ad esempio, anche se mi impegnassi per imparare a giocare a tennis non riuscirei perché so di essere negato.

Parlami della Suzuki European Cup

Il presidente della Suzuki Italia, Yamada, mi ha chiesto se volevo partecipare al trofeo e io ho accettato. Ho corso dal 2005 al 2008, ho vinto tutte le gare tranne una gara in Olanda in cui ho fatto secondo e per di più sono anche caduto.  A 45 anni suonati, nonostante non mi allenassi più dal 2001, sono riuscito a fare dei buoni risultati.

Che rapporto hai con la motocicletta oggi?

Possiedo un Suzuki GSX-R 750 che uso per andare in pista. Alle volte un amico, il proprietario di una concessionaria, mi presta delle moto da utilizzare sempre in pista. Se mi devo muovere per strada, utilizzo uno scooter T-Max (anch’esso messomi a disposizione dalla concessionaria)

Vista la tua grande carriera, hai un consiglio da dare ad una persona che volesse intraprendere la professione del pilota?

Quello che posso dire è che per svolgerla seriamente si devono fare dei sacrifici. Quando io correvo spendevo tutto il mio tempo fra allenamenti e preparazioni e ne rimaneva ben poco per lo svago. In più se uno vuole correre non deve aver paura. Quando scendi in pista devi solo pensare alla gara e non devi temere di poter cadere o addirittura morire. Quando a me è capitato di cadere, mi sono rotto entrambe le gambe, sono risalito in sella senza remore o timori, ho riaperto il gas e via.


1 Comment

  1. Malenuk

    2011/01/28 at 11:04 AM

    altri tempi, altra gente….
    Bella intervista!!!

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