Connect
To Top

Marco Simoncelli, il campione dai “riccioli d’oro”

Ad una settimana esatta dall’anniversario della scomparsa, abbiamo deciso di dedicare un piccolo ritratto al SIC, con un contributo “speciale” nel finale. Buona lettura

Dopo i tragici e tremendi fatti di Monza del 1973, l’Italia del Motociclismo pensava di esserci abituata a tutto. Avevamo imparato a piangere i nostri eroi in silenzio, con dolore, ma in maniera composta. Fino a quel maledetto giorno di Sepang, il 23 ottobre 2011. Quando la “nera signora” si è portata via Marco a soli 24 anni. Perché la scomparsa di Marco è di quelle che hanno fatto rumore. Molto rumore. E non per le polemiche legate alla sicurezza, alle gomme o alla macchina dei soccorsi. Ha fatto rumore perché Marco era più che un campione, era un personaggio, uno di quelli che “bucava” lo schermo, grazie anche a quel suo marcato accento romagnolo. Ma, soprattutto, era un ragazzo d’oro, come i suoi folti riccioli.

Si dice che per diventare dei miti sia necessario morire giovani. Ebbene, avremmo preferito, allora, che Marco restasse solo un campione…

… Poi il tempo, com’era successo per molti altri campioni del passato, ci avrebbe pensato lui a consacralo un mito. Ricordo ancora quando, nel 2008, proprio a Sepang, si laureò campione del mondo della classe 250 con la Gilera ufficiale, e come l’anno successivo, sempre con la Gilera, nonostante la sfortuna, avesse lottato fino alla fine per confermarsi nuovamente il numero uno. Il titolo finì nelle mani di Hiroshi Aoyama e della Honda, ma Marco ci regalò, per tutta la stagione, lo spettacolo più bello. Perché quello era il suo modo di correre. Perché lui amava rischiare, sempre e comunque, talvolta anche con manovre al limite del regolamento. Non pensava mai dove poter superare l’avversario, lo faceva e basta! Proprio come ad Imola nel 2009 quando, in gita premio sull’Aprilia RSV4 ufficiale, senza troppi complimenti, superò Max Biaggi, il suo caposquadra, che quella moto l’aveva vista nascere. Marco rappresentava il futuro italiano della MotoGP, e di questo se ne era accorta anche la Honda, che l’aveva preferito a Dovizioso nella corsa alla terza moto ufficiale. Proprio qualche settimana prima della tragedia.

Marco era nato a Cattolica, ma viveva a Coriano, comune dell’entroterra romagnolo non molto lontano dall’autodromo di Misano. In quella terra dove la passione per i motori è più viva che mai. Era un ragazzo solare, come tutta la sua famiglia: il papà Paolo (da cui Marco aveva ereditato la passione per le due ruote), la mamma Rossella e la sorellina Martina. Una bellissima famiglia che, con l’arrivo di Kate, la fidanzata di Marco, andava allargandosi. Una bellissima famiglia che, per seguire Marco nel suo percorso di pilota, aveva ceduto l’attività lavorativa. Nel 1999, quando correva con le minimoto, Max Biaggi, Loris Capirossi e Valentino Rossi erano già campioni affermati, e mai, forse, avrebbe immaginato, dieci anni più tardi, di potersi misurare con loro e concedersi, addirittura, il lusso di batterli.

Se n’è andato mentre correva, quello che più amava fare. E almeno questo ci conforta un po’…

Il Dottor Costa è certamente la persona (escludendo la famiglia e Kate) che meglio conosceva Marco. E l’ha voluto ricordare così.

[quote]

“Al crepuscolo di questa domenica piena di dolore il mio sogno vorrebbe disperatamente che un piccolo frammento di stella dal nome Marco Simoncelli non venisse spazzato via. Destino crudele, perché minacci il mio sogno? Cosa posso sperare? E sperare di fare che cosa, al di là delle lacrime per la fanciullezza perduta e al di là dell’angoscia nuda del dolore, sempre più insopportabile perché mi fa sentire impotente e colpevole di non averti stretto fra le mie braccia? Nulla. Quando il destino bussa alla porta proviamo la terribile sensazione di essere impotenti. Il giovane campione di nome Marco se n’è andato con il tramonto del sole della Malesia e il suo andare è stato un rumore di vita, il rumore gioioso che Marco ci ha sempre regalato. Il rumore dell’intervista che Marco mi ha rilasciato al Mugello nel mese di luglio mentre veniva massaggiato dal suo fidato fisioterapista. Quel giorno, all’inizio dell’intervista, avrei voluto rivolgermi ad un antico cavaliere e lui mi ha detto: “Diobò! Sono solo un lesto ragazzo con una folta capigliatura gradito a tanti, amato dalla sua ragazza e dai suoi genitori.” Il massaggio continua, la sua pelle viene accarezzata da mani esperte che scivolano sul suo atletico corpo e mi allontano un poco per rispettare quel rituale. Con commozione riporto la conclusione dell’intervista che gli avevo fatto per il libro che sto scrivendo e che con tutto il mio affetto gli dedicherò.

Ecco le ultime domande.

Dottorcosta:“Cosa pensi del dolore?”
Marco: “Non mi pace. Ma lo sopporto. E’ inutile lamentarsi. Lo sopporto in silenzio. Diobò è meglio così.”

Dottorcosta: “Cosa pensi del dolore dell’anima?”
Marco: “È brutto, tanto brutto, ma dopo lo sconforto che deriva da questa cosa brutta, mi viene come una carica. Mi sento meglio e guido meglio la moto”

Dottorcosta: “Quando corri, contro chi corri”
Marco: “Mi verrebbe da dire per battere gli altri. Poche pugnette non voglio stare dietro. Poi, se ci penso ti dico che corro perché provo una sensazione unica, non te lo so spiegare, ma è qualcosa di speciale, nascosto dentro di me”.

Dottorcosta: “Perché hai i capelli lunghi?”
Marco: “Mi piacciono, non mi fanno sentire normale, mi fanno sentire particolare, me stesso, unico”.

Dottorcosta: “Ti senti solo?”
Marco
: “No! No!   C’è la mia famiglia, la mia morosa i miei amici che    godono    dei miei successi, c’è la clinica mobile che mi aiuta nei momenti difficili. Sento quanto bene c’è attorno a me, tanto di quel bene che mi scalda”.

Il massaggio è finito, l’intervista è finita. Il padre Paolo e la graziosa morosa di Marco hanno ascoltato compiaciuti. Io ringrazio, con una carezza, uno dei miei piloti preferiti e gli racconto una mia riflessione: “Quando in questo campionato sei caduto e sei caduto tante volte molti ti hanno criticato, giudizi diabolici, ingiusti, invidiosi. Molti hanno addirittura preteso d’insegnarti ad andare in moto. Alcuni hanno vivamente consigliato di dirti di stare tranquillo, di consigliarti la prudenza. Ti ricordi, invece, cosa ti ho detto? Ti ho confessato che il collettivo, abbaiando contro l’umanità, ha dimenticato, forse perché non lo può ricordare, quando ha iniziato a camminare. Si cade, ci si rialza, si torna a cadere, ci si rialza di nuovo e spesso si ritorna a cadere. Tutto questo accompagnati dal sorriso della madre che ci consola e ci incita a perseverare, senza nessun accenno di rimprovero. Poi tutti abbiamo imparato a camminare spediti, ma pochi sono riusciti a percorrere il sentiero che porta alle vette della vita, perché la salita era troppo ardua e faticosa. Perché criticarli? Non sono già severamente puniti dal loro insuccesso? Invece tu, caro Marco, non solo salirai i gradini della vetta della vita, ma anche quelli del podio, dove come premio non c’è la coppa, ma il riconoscimento della tua forza di aver guardato in faccia alla Morte e sconfiggerla.”

Ora la mia profezia si è avverata. Sei salito sul podio della Cecoslovacchia e dell’Australia. Oggi in Malesia hai guardato in faccia la Morte. E mentre ti stava avvolgendo con il suo nero mantello gli hai detto: “Diobò, ma non vedi che io non sono umano, perché io sono i miei sogni e con il mio talento sono il pane degli Dei che tu non potrai mai toccare? Non ti accorgi che rubi solo il mio corpo? Al contrario, il mio sorriso, la mia bontà, la mia simpatia rimarranno per sempre nel cuore di tutti. Per sempre. Non vedi che nello scacco che ti ho dato le lacrime si stanno per trasformare in ebbrezza? Ci metteranno un po’ di tempo, ma io credo molto in questo miracolo, specialmente per la mia famiglia e la mia ragazza. Questa è la mia vittoria nel Gran Premio della Malesia durato due giri.”

Chi nello sport, inseguendo i suoi sogni, insegue contemporaneamente la sua tragedia, esce dal mondo della umanità per entrare nel mondo del divino, cruento, violento, ma pur sempre divino. Chi muore inseguendo un sogno sorride alla morte e il sorriso cancella qualsiasi violenza. L’alpinista sorride alla vertigine dell’altezza, il subacqueo sorride all’inquietudine degli abissi, il motociclista sorride all’ebbrezza della velocità. Lo sport è il palcoscenico, dove il corpo e la mente celebrano la loro potenza in quella fase della vita che è la gioventù. Nel motociclismo il gesto del pilota è esaltato dal rischio, un filo sottilissimo che separa, nel grigiore dell’asfalto, la vita dalla Morte. Un tenue confine tracciato dal pericolo, dove la vita, per cercare la vittoria, si spinge fino al brivido del suo eccesso. Oggi, Marco, hai provato quel brivido. Ti voglio bene. E non ti dimenticherò mai.”

(claudio marcello costa, clinica mobile – volutamente in minuscolo)

[/quote]

6 Comments

  1. Cristian Gallo via Facebook

    2012/10/16 at 9:23 AM

    Belle parole

  2. ombretta

    2012/10/16 at 10:28 AM

    quanto dolore Marco… quante lacrime versate! quanto tempo passato a cercare tue notizie su intenet per sentirti ancora un pò con noi…
    ma il tenpo passa e tu non ci sei.. e il dolore rimane sempre così forte che a volte si fa fatica a sopportarlo!
    E allora ecco che si va a cercare una tua intervista e le lacrime si mischiano al sorriso e alle risate!
    Ci manchi Marco… ci manchi davvero tanto!
    Ti voglio bene
    Ombretta

  3. Pingback: MotoGP Sepang 2012: orari, programmazione TV, introduzione alla gara e spiegazione circuito | Pianeta Riders

  4. Daniele Cascio

    2013/10/23 at 6:52 AM

    2 anni senza il grande sic

  5. Osteteo SD

    2013/10/23 at 8:50 AM

    Lamps

  6. Enzo Cocco

    2013/10/23 at 10:37 AM

    Mi manchi…..

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

More in Leggende del Motociclismo