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Luoghi da Riders: in moto sullo Stelvio per toccare il cielo con un dito


(Testo e Foto di Simone Vitelli)

2758 m slm, 26 km di salita e 48 tornanti sul versante altoatesino. 21.5 km di salita e 36 tornanti sul versante lombardo. Per quanto però le cifre siano significative, non riusciranno mai a descrivere cosa sia realmente per un motociclista attraversare il valico più alto d’Italia (ed il secondo d’Europa): il Passo dello Stelvio.

Sabato. A Bormio sono le 9.30 di una splendida mattina d’estate. Il sole è già alto nel cielo e la temperatura è perfetta, frizzante al punto giusto. E’ qui che comincia la statale SS 38, una striscia d’asfalto che in meno di cinquanta chilometri collega  la Valtellina e la Val Venosta, con il suo culmine nella “cima Coppi”.

Mi guardo intorno, la vallata  è un tripudio di moto e biciclette. I bar, le piazze e qualunque slargo consenta una sosta, sono invasi da mezzi a due ruote. Si ride, si scherza, ci si prepara alla partenza. Verso le 10 scatta l’ora x. Le moto si accendono quasi tutte in contemporanea. Quello che prima era un tranquillo paesino alpino tutt’a un tratto diventa una bolgia. Il rombo dei motori è musica per un motociclista, un inferno per chi vive da queste parti e non perde l’occasione per mandarci qualche accidente.

Si parte. Davanti agl’occhi si stagliano nel cielo di un blu intensissimo le Alpi Retiche. Dovrò arrivare lassù. La moto procede di buon grado e dopo qualche centinaio di metri cominciano le prime curve. Sulla destra un cartello recita “strada statale 38 dello Stelvio”, come a dire “qui comincia l’avventura”.

I primi chilometri li affronto ad andatura tranquilla. Quella che sto percorrendo non è una strada qualunque. La ss38 è una via storica, leggendaria, non solo perché ha quasi 2 secoli (è stata terminata nel 1825) ma soprattutto perché è un simbolo. Simbolo di vita Riders. Su queste curve incastonate in un paesaggio da cartolina, ogni giorno – durante la bella stagione – passano centinaia di motociclisti provenienti da tutta Italia, anzi, da tutta Europa. Dal fondo valle colpisce vederla arrampicarsi disegnando molteplici “esse” sul fianco della montagna fino a sparire nel cielo. La moto è calda, accelero. L’asfalto comincia a correre veloce sotto gli pneumatici, mentre i tornanti si susseguono a ripetizione: se decidi di fartela tutta di un fiato, stile “ginocchio a terra”, rischi di rimanerci, senza fiato!

E’ davvero incredibile la sensazione di maestosità che provo quando scollino la prima volta: partendo vedevo questa montagna enorme e pensavo fosse la vetta da raggiungere, ed invece arrivato in cima, scollino e mi ritrovo dinanzi un angolo di paradiso. Una lingua nera d’asfalto taglia a metà un mare d’erba verde che ricopre l’intero altopiano. Il sole accecante davanti agli occhi crea dei riflessi che fanno sembrare tutto fiabesco. A far cornice a questo quadro svettano, a destra e sinistra, le Alpi con le loro punte imbiancate dai ghiacci perenni. In fondo, la strada si inerpica su una nuova vetta, ancora più alta della precedente: sarà allora quella la cima? Rallento e cerco di godermi lo spettacolo che mi circonda. La temperature scende e l’aria che entra dalle fessure del casco comincia a far lacrimare, meglio chiudere tutto. Anche gli odori cambiano: qui si respira un misto di natura e freddo.

 La strada è perfetta, nonostante quassù la neve ed il gelo ricoprano tutto per nove mesi l’anno. La statale non prosegue mai dritta, nemmeno in zone dove non sembrerebbero esserci ostacoli da aggirare. Forse l’ingegner Donegani (che ne realizzò il progetto nel 1822), anche se ancora non poteva essere un motociclista  già pensava da tale! Sempre curve, tantissime curve, anche se ora sono molto più dolci e larghe dei tornanti appena passati. Finisce l’altopiano e ricomincia la salita. La vegetazione intorno cambia ancora, l’erba lascia il passo alla roccia. Gli alberi diventano più radi, fino quasi a sparire del tutto. Nelle curve più nascoste iniziano a comparire tracce di neve, rallento, la strada diventa a tratti umida, i ghiacciai si stanno sciogliendo e l’acqua si riversa sull’asfalto. La moto comincia a risentire dell’altitudine: la salita è ripida, l’aria è rarefatta e il motore perde leggermente potenza. La strada arriva al culmine, scollino e scopro di non essere ancora arrivato: un altro breve altopiano e poi finalmente la vedo, la Cima Coppi. L’eccitazione di raggiungerla si fa sentire. Accelero nuovamente. Pennello le ultime curve in salita, un tornante a destra, uno a sinistra. Ancora una salita e questa volta la strada sembra terminare nel blu del cielo: non riesco a vedere oltre, come se mi trovassi a pochi metri dal ciglio di una scarpata. Scollino e scopro cosa invece c’è oltre: l’infinito.
Una vallata immensa, di cui non riesco a vedere la fine perché sparisce all’orizzonte nella foschia del mattino, spacca in due una catena montuosa. Un vento freddo mi colpisce e stride con il forte sole caldo.  Un cartello sulla destra recita “Passo dello Stelvio 2758 m s.l.m. – Cima Coppi”. Sono sul valico automobilistico più alto d’Italia. Che spettacolo!

La strada qui si allarga fino a diventare un enorme piazzale, pieno di moto, auto e bici. Già, perché i ciclisti pronti ad emulare il grande campione che ha dato il nome a questa cima sono davvero tanti. Mi fermo, osservo, ascolto e capisco che quassù di italiani non ce ne sono poi molti: svizzeri, austriaci, tedeschi, francesi, anche spagnoli. Motociclette sportive, sport-tourer, cross, vespe e addirittura cinquantini d’altri tempi. Arrivare quassù è per tutti una sfida, raggiungere un traguardo. Farsi una foto sotto il cartello stradale con l’indicazione del passo diventa come piantare la bandiera statunitense sul suolo lunare per Armstrong. Affacciandomi dal belvedere riesco a vedere l’intero percorso che dovrò affrontare per discendere sull’atro versante: è mozzafiato. Sembra essere stato disegnato con una matita su di un foglio. Mi aspettano altri 48 tornanti.

Foto di rito, caffè e mi rimetto in sella. Scendendo le sensazioni cambiano rispetto alla salita. Se prima l’eccitazione cresceva pian piano, ora è la malinconia dell’allontanamento che ti prende. Sai che stai andando via. Rivivi le stesse percezioni sensoriali dell’andata, ma a ritroso. L’aria pian piano si scalda e comincia a essere afosa. Tra le rocce che costeggiano la strada ricominciano a spuntare erba e fiori. Riappaiono gli alberi ai lati della via. Quelli che erano ruscelletti si ingrossano e diventano fiumiciattoli. La pace e la tranquillità della quota torna ad essere città. La strada ricomincia ad essere trafficata fino a ritrovarti un camion diesel davanti che ti inebria del suo pessimo puzzo di bruciato… e capisci di essere tornato sulla terra.

Accosto un attimo per guardare alle mie spalle il paradiso che ho appena lasciato. Mi volto e… niente, non si vede nulla. La cima è coperta da un’altra montagna che la nasconde, quasi a volerla proteggere da quello che è il caos quaggiù. Pochi metri dopo un cartello indica “48° tornante”, quasi a dire: game over.
(QUI tutte le immagini nella breve foto-gallery)


4 Comments

  1. Anto Bike

    2011/03/09 at 12:47 PM

    bellissimo, non vedo l’ora di tornarci… anche per un bel panino con la salsiccia in cima con una vista mozzafiato. L’ideale è farsi nello stesso giorno Stelvio e Gavia. Il paradiso dei motociclisti!!!

  2. Corrado

    2011/04/11 at 5:28 PM

    speriamo che quest’anno si faccia il mitico Raduno dello Stelvio. Ogni anno è sempre peggio 😕

  3. Pingback: Arriva il pedaggio sul passo dello Stelvio: dal 2012 transito a pagamento per motociclisti e automobilisti | Pianeta Riders

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