Connect
To Top

Grecia in moto: l’isola di Amorgos in sella ad una Yamaha XT

Dopo il Peloponneso Pianeta Riders torna sulle strade di Grecia con lo splendido racconto del nostro Fabrizio Contino Gravantes che ci parla del suo viaggio sull’isola di Amorgos in sella ad una vecchia (ma sempre fidata) Yamaha XT.

AMORGOS: Roads di un “GRAND BLEU”


Partiamo da Trento all’alba, direzione Milano Malpensa, da dove decolliamo per Athena, tappa intermedia di un viaggio che avrà come meta finale l’isola di Amorgos, penultima delle Cicladi orientali. Giunti nella capitale greca, ci dirigiamo verso il porto del Pireo, dove un euforico cocktail etnico-orientale di movimento umano, scombussola i sensi e fa strabuzzare gli occhi anche quando la stanchezza sembra avere il sopravvento. Si salpa in tarda sera, e si affronta una traversata di 6 ore immersi nel buio della notte e del mare profondo. All’arrivo, alle 5 del mattino alla baia di Katàpola, siamo stanchi, ma l’aria tiepida ed il crepuscolo dell’alba all’orizzonte sono un invito per una buona tazza di caffè bollente. Dopo un sonno ristoratore di un paio d’ore, ci organizziamo per la prima giornata nell’isola. Uno sguardo alle carte topografiche portate dall’Italia ci dice che sono troppo approssimative per i nostri gusti; andiamo quindi ad acquistarne una ben dettagliata presso la libreria del porto, le cui pareti sono arricchite da bellissime fotografie di vari scorci dell’isola, di cui il proprietario, un cinquantenne dalla pelle ambrata e dagli occhi neri come la pece, ne è probabilmente l’autore. Dopo aver fatto provviste alimentari in uno dei piccoli market del porto, noleggiamo finalmente la moto ed iniziamo il viaggio attraverso questa lingua di terra di 36 km, percorsa da un’unica strada che unisce il sud al nord dell’isola e da strette mulattiere che si addentrano in luoghi senza tempo. La nostra scelta cade su una vecchia XT rimessa in sesto.

Il motore parte al primo colpo, facciamo benzina, che tra l’altro qui costa pochissimo, e partiamo all’avventura. La prima cosa che salta agli occhi, è l’assoluta asprezza del territorio in forte contrasto con l’immensa distesa blu del mare che ci circonda. Qui il tempo sembra essersi fermato, e lo si evince anche dai mezzi che i cicladici utilizzano per spostarsi da un capo all’altro dell’isola. Ad Amorgos, un auto, una moto o scooter che sia, hanno una vita quasi eterna. Niente sembra fermare il loro rombare tra queste lande, né il vento che nella capitale La Chora soffia impetuoso, né la salsedine. Il loro incedere è paragonabile a quello dei muli che tutt’oggi gli anziani pastori preferiscono a qualsiasi altro mezzo. Eppure, qui la moto è il “mulo” perfetto per immergersi nell’anima dell’isola e viverne le mille sfaccettature. Percorrere l’asfalto di Amorgos è quanto di più affascinante ci sia. Facile è imbattersi in un frammento di storia della tecnologia dei trasporti.

Tra rottami di furgoncini tramutati in alloggi per pastori, trattori abbandonati usati come ricambi, auto e moto scalcinate, ma ancora funzionanti, che sembrano far parte di un paesaggio lunare e capre libere di andare in giro a godersi il refrigerio all’ombra di qualche riparo, sembra di correre attraverso memorie di celluloide che riportano alla mente le lunghe e interminabili strade dei deserti australiani di un mondo post atomico psycomotorizzato. Su questo pensiero, ci viene in mente che da qualche parte vi è ancora il relitto della nave mercantile utilizzata da Luc Besson, in quel capolavoro di regia che fu “ Le Grand Bleu” negli anni 80’, quindi dò gas. Il monocilindro sale di giri, e con un po’ di folle audacia, tento un’impennata, mentre mia moglie dietro di me me ne urla addosso di tutti i colori! Comunque sia, ci dirigiamo velocemente alla ricerca del relitto.

Percorrendo una strada secondaria che costeggia il mare, vediamo emergere, da una baia, l‘albero della nave. Incrociamo un pastore che sta facendo pascolare le sue capre, e a gesti ci indica come raggiungerla. Lasciata la moto in un punto visibile, ci inerpichiamo lungo un percorso fatto di pietre enormi, erba spinosa e non so cos’altro. Alla fine abbiamo graffi ovunque. Arrivati dinanzi al relitto, lo spettacolo e tanto angosciante quanto affascinante. Vederlo li, in tutto il suo fatiscente splendore, mi riporta alle sequenze del film, immaginandomi dove fosse la troupe, nel momento in cui girava, e tutto il cast; e immagino come si potesse sentire Jean Renò nei panni di un famoso apneista. Se vorrete vedere il film, lo danno ogni sera al pub “Le Grand Bleu” nella baia di Katàpola, oppure vi consiglio di compralo da queste parti, poiché la censura italiana dell’epoca tagliò una buona mezz’ora di scene bellissime.

Dopo un onorevole saluto al fossile, cotti da sole, ritorniamo verso la moto e ci prepariamo per dirigerci verso il monastero di Hozoviotissa, la cui caratteristica è di essere incastonato nella montagna a strapiombo su di una splendida baia, raggiungibile solo dal mare. La doverosa visita al monastero richiede un po’ di fatica. Sotto un sole accecante, si salgono le ripide scale interminabili in pietra, e giunti all’ingresso del monastero, un po’ affaticati e sudati, ci si deve coprire (ciò vale soprattutto per le donne) con un vestiario un po’ “casto”. Se si giunge impreparati, nessun problema, i monaci sono ben organizzati e all’ingresso del monastero vi è una nicchia contenente foulard e mantelle di ogni genere con cui improvvisare una gonna e uno scialle. I monaci sono cordiali, dall’aspetto rude, ma non disdegnano di fornire informazioni, oltre a un buon bicchiere di Raki e Lucum.

Non abbiamo voglia di star fermi, quindi dopo la visita al monastero, mantenendo una velocità da crociera, ci spostiamo verso il monte Moundoulià per ammirare l’antica Minoa, che nell’antichità era la residenza estiva del re Minosse. Mentre il motore romba sotto il sole cocente del primo pomeriggio, affianchiamo una coppia di stranieri che raggiungono la nostra stessa meta…a piedi! Chissà perché non li invidiamo affatto, ma loro sono felici ed appagati, e lo si evince chiaramente dall’entusiasmo con cui ci salutano. Arrivati in cima lo spettacolo è mozzafiato. Girando su noi stessi a 360 gradi veniamo rapiti dal panorama che si estende dalla baia di Katàpola, alle baie ai piedi di Lèfkes, agli aspri promontori che si portano verso l’entroterra.

Siamo in uno dei punti più alti dell’isola, da dove Minosse e le sue ancelle godevano di una vista magnifica, ma non solo di quella ci vien da pensare. A quanto pare, infatti, Minosse era solito organizzare grandi festeggiamenti contornato da splendide donne. Dopo alcuni scatti agli affascinanti scorci che ci circondano e ad un gruppo di capre che ci osservano incuriosite, ritorniamo in sella e ci avviamo verso i mulini de La Chora. Il vento è talmente forte da farci sbandare, quindi parcheggiamo la XT e ci arrampichiamo a piedi, verso i mulini che si ergono sopra di noi. Il vento soffia forte, stare diritti è impossibile e per fotografare dobbiamo chinarci, ma gli scatti ci rendono giustizia.

Dopo una giornata del genere, siamo sfiniti. È tempo di rilassarci, quindi decidiamo di perderci tra le vie de La Chora con l’idea di sbronzarci quel tanto che basta per mantenere alta l’allegria. Dopo un paio di brindisi in onore di questa affascinante avventura, ci fermiamo con un gruppo di anziani del posto con cui improvvisiamo una piacevole chiacchierata in un miscuglio di lingue, e perché no, con l’aiuto della mimica. Qui la gente sembra davvero libera dal concetto di “straniero”; ci sembra di colloquiare con amici, e tra una battuta ed una risata, siamo già arrivati al quarto bicchiere di Ouzo; ma ciò nonostante ci concediamo anche un paio di bicchieri di Raki, passando poi il resto della serata tra i vicoli de La Chora a cercare qualche altro scatto interessante.

E’ notte adesso, ed i vicoli della capitale sono illuminati da luci o candele dei vari bazar, contenenti ogni desiderio per il turista affamato di souvenir. Ma si trovano anche cose molto interessanti di artigianato locale, mentre rimanere ad osservare il mare di notte, da uno dei punti alti dell’isola, è come stabilire un contatto viscerale con un’antica civiltà. E’ tempo di rientrare. La vecchia XT è veramente tenace, ma durante il rientro verso Katapola, veniamo improvvisamente assaliti da una nebbia così fitta da non vedere nemmeno il contagiri. Ci fermiamo per sicurezza, ritrovandoci ad ascoltare un insolito e frusciante silenzio. L’umidità ci avvolge. Poi, 10 minuti dopo, come è arrivata, la nebbia improvvisamente si dissolve. Per un attimo, abbiamo avuto la sensazione di non essere soli, forse anime di antichi pirati in cerca dell’oro perduto? Chissà… in qualche baia o grotta… forse! In ogni caso, non stupitevi mai, ad Amorgos. (Testo e Foto di Fabrizio Contino Gravantes)


2 Comments

  1. Alessio Sals

    2010/02/25 at 4:39 PM

    Che meraviglia!!! E adesso mi dite come faccio a rimettermi alla scrivania? 😀

  2. Gravantes

    2010/02/26 at 6:04 PM

    Chi può vada!! è un paradiso!!

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *