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Diretta Giovani: il motociclismo raccontato ai Ragazzi

Venerdì scorso, a Gubbio, il primo evento Diretta Giovani, progetto che vuole raccontare il motociclismo ai Ragazzi attraverso le vite dei piloti: ospite, Marco Melandri

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A Gubbio, Venerdì 24 gennaio, si è svolto il primo evento Diretta Giovani. Un progetto che ha l’obiettivo di raccontare ai giovani il motociclismo attraverso le storie di vita dei piloti, degli ingegneri e di tutte quelle persone che lavorano nel settore delle due ruote.

Diretta Giovani, in sostanza, è un talk show dove si parla di moto di cronaca sportiva, del funzionamento dei centri stile e dei reparti di ricerca e sviluppo delle Case Costruttrici. Il tutto con lo scopo di spiegare ai giovani che la moto non è sinonimo di pericolosità ma è soprattutto passione, emozione ed anche possibilità lavorative. Già, perché l’Italia, insieme al Giappone, è lo stato più ricco di aziende che lavorano nel settore delle due ruote.

Proprio una di queste aziende, Aprilia, ha preso parte all’evento. La Casa di Noale è stata rappresentata da Marco Melandri, il pilota che nel 2014 avrà il compito di portare la RSV4 al vertice del Mondiale Superbike, e Romano Albesiano, responsabile del settore racing e del Centro Tecnico Moto di Piaggio. All’evento era presente anche Giampiero Sacchi, umbro DOC, capo del Team Iodaracing che, a breve, proprio con Aprilia, potrebbe siglare un accordo per utilizzare le ART in MotoGP e sviluppare le soluzioni da utilizzare sulla moto con cui Aprilia rientrerà ufficialmente nel mondiale prototipi.

Melandri, ospite d’onore, si è raccontato così ai ragazzi in sala: “Poco tempo fa, quando ho dovuto rinnovare la carta d’identità, mi hanno fatto notare che non ho più i capelli castani ma brizzolati! Ho 31 anni, corro in moto da sempre, però mi sento ancora giovane. Nel motociclismo, a differenza di quanto si pensa, bisogna essere dei veri atleti per emergere, perché, esattamente come nella vita, il talento non basta. Occorrono serietà, dedizione al lavoro e rispetto del prossimo. Io sono cambiato negli anni, perché ho capito di essere un ragazzo fortunato e che non tutto mi è dovuto. Non è sempre facile avere questa consapevolezza, soprattutto quando in giovanissima età diventi un campione del mondo e tutti ti cercano. L’essere famosi o meno, però, non cambia quello che siamo davvero, in gara come nella quotidianità”.

Poi Marco si è sottoposto al fuoco incrociato delle domande, per soddisfare le curiosità dei giovanissimi “intervistatori” sulla sua carriera di pilota.

Come è stata l’esperienza in MotoGP?

“È durata dal 2003 al 2010. Credo di avere cavalcato l’onda degli anni più belli, dove guidavamo moto potenti senza gli aiuti dell’elettronica. Quando ha preso il sopravvento la tecnologia ho deciso di passare alla Superbike per ritrovare quell’adrenalina e la competitività che mi mancavano. Mi diverto molto, ora”.

Come è stato il rapporto con Biaggi?

“Posso dire che siamo due generazioni un po’ diverse. È impensabile avere le stesse idee. Comunque c’è stato sempre rispetto reciproco e correttezza. Il rimpianto è quando ho perso il mondiale 2012, proprio con lui”.

Quanto ti alleni?

“Questo è uno sport molto faticoso, e bisogna lavorare tanto. I piloti di moto rischiano di più rispetto ad altri, perché se si sbaglia si rischia di farsi molto male. Lavorare con metodo e continuità porta ad avere una sicurezza mentale. Non c’è una settimana tipo come nel calcio. Io mi alleno tanto in palestra, tre volte alla settimana circa, ed in bicicletta, almeno una volta alla settimana. Cerco di potenziare molto le gambe, che uso molto nei cambi di direzione. Non essendo alto, devo essere forte muscolarmente per indirizzare la moto nel punto che desidero”.

Come si gestiscono il successo e la popolarità?

“Il primo anno che arrivai terzo al mondiale è stato un periodo particolare: pensavo di poter fare quello che volevo. Quando l’anno dopo è andò male, capii che bisogna sempre rimanere umili”.

Come ti aiuta la squadra?

“È importante la comunicazione, essere in grado di spiegare di cosa hai bisogno per sfruttare le tue potenzialità. La squadra è fondamentale soprattutto nei momenti più difficili, quando c’è poco tempo per pensare”.

A chi ti sei ispirato? Chi era il tuo idolo?

“Ammiravo un po’ tutti i piloti, anche quelli che navigavano nelle retrovie quelli dietro. Apprezzavo il loro impegno ed il loro coraggio”.

Cosa hai provato per la scomparsa di Simoncelli?

“Il nostro è uno sport pericoloso ma penso che il nostro destino sia già scritto. Noi piloti stiamo lavorando per migliorare la sicurezza delle moto. Siamo arrivati già ad un livello molto alto ma non bisogna smettere di lavorare”.

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