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“The Rugged Road” una storia di donne e motociclette

Ci sono sere in cui la malinconia dal sapore agrodolce ti assale, e non puoi farci niente. Vorresti fuggire, fuggire lontano dalla realtà che ti circonda, prendere la moto e andare via. Ma non sempre è possibile. E allora cominci a guardare vecchie foto, ad ascoltare vecchia musica, a sfogliare vecchie riviste… e proprio durante una di queste sere, sfogliando un vecchio numero di Motociclismo, l’occhio mi cade su un bellissimo racconto d’altri tempi.
S’intitola L’altra metà dei diari. Scopro così che, quasi vent’anni prima di Ernesto Che Guevara e Alberto Granado, qualcun altro tentò un’impresa leggendaria.

L’11 dicembre 1934, Theresa Wallach e Florence Blenkiron partirono da Londra a bordo di una monocilindrica Panther Redwing Model 100 alla volta dell’Africa, più precisamente Città del Capo, dove vivevano alcuni parenti di Florence Blenkiron.
Erano gli anni dell’ascesa del femminismo che rivendicava i propri diritti. E fu durante una di queste manifestazioni a Southampton che Theresa Wallach, motociclista e femminista convinta, in sella ad una moto decise di fare da bersaglio a pallottole in polvere di gesso “sganciate” da alcune donne che simulavano un combattimento alla guida di aerei.
Ma Theresa Wallach, che per amore delle due ruote fu costretta ad abbandonare la famiglia in disaccordo col suo stile di vita, non smise mai di stupire e nel 1932 arrivò prima alla Women’s Road Race di Brooklands, dove conobbe Florence Blenkiron. E tutto ebbe inizio.

[box_light]“Incontrerete ostacoli di ogni tipo, alcuni li avrete previsti, altri dovrete essere determinate e superarli. Sarete in Rhodesia a febbraio, la stagione delle piogge, quando i fiumi traboccano dai loro argini invadendo la campagna… e certo troverete leoni ed elefanti lungo il cammino…”. Così le salutò il Commissario della colonia britannica in Rhodesia alla loro partenza.[/box_light]

[pullquote_right]In un contesto così duro e affascinante allo stesso tempo, anche il rapporto con la motocicletta assunse connotati quasi umani[/pullquote_right]L’attraversamento del Sahara fu uno dei momenti più difficili. Le due donne si trovarono spesso a dover spingere il loro “cavallo d’acciaio” che continuava ad affondare nella sabbia del deserto, e quando la stanchezza affiorava, impararono a non credere nei miraggi delle oasi salvatrici. Ma nonostante tutte le difficoltà, Theresa non riuscì a non farsi conquistare da quelle albe, da quei tramonti, da quel cielo stellato e da quella Luna così grande che solo l’Africa poteva regalare. In un contesto così duro e affascinante allo stesso tempo, anche il rapporto con la motocicletta assunse connotati quasi umani:

[box_light]“Penetrando sempre più in questo spazio soprannaturale, la nostra motocicletta divenne più di qualcosa di tangibile fatto di gomma e ferro. Possedeva un’empatia come un’anima vivente, dotata di sentimenti e amichevole. Era la nostra casa”.[/box_light]

Dopo il Sahara arrivarono l’Uganda e il Kenya. Ma arrivarono anche i primi grossi segnali di cedimento della robusta, ma ormai stremata Panther, che ogni sera chiedeva riposo e manutenzione. Ormai stremate, proprio come la loro moto, le due donne non persero mai l’entusiasmo e l’11 luglio del 1935, in piena estate, entrarono in Sudafrica. Ormai era fatta: il 28 luglio giunsero a Città del Capo.

[box_light]“Alcune persone considerano la moto come un pericolo su due ruote. Certi piloti hanno incidenti, sì, ma altra gente ugualmente cade anche a piedi, o da cavallo o dalla bicicletta, spesso per distrazione. Una motocicletta è sicura e utile; molto economica e divertente. Un giorno, vorrei fondare una scuola di guida, per insegnare la tecnica per guidare una moto”.[/box_light]

E così fu! Negli anni cinquanta, dopo essere stata la prima donna in moto a lavorare come porta-dispacci nell’esercito militare, e dopo aver girato l’America con la sua Norton, Theresa rilevò un concessionario di motociclette a Chicago e tenne personalmente dei corsi di guida a tutti gli acquirenti.

Florence Blenkiron, invece, dopo essere tornata in solitaria a Londra, si trasferì in India, dove si sposò e lavorò come autista per l’esercito.

Dopo quel viaggio Theresa Wallach e Florence Blenkiron non si videro mai più, e neppure si cercarono. E ancora oggi un alone di mistero aleggia sul perché di un simile comportamento. Che la loro fosse una scelta dettata più dall’impulsività che dalla ragione? Proprio come fu  per la decisione di intraprendere un così duro viaggio?

 Ai posteri l’ardua sentenza! E non me ne voglia Alessandro Manzoni. Nel 2003, quattro anni dopo la sua morte, il nome di Theresa Wallach fu inserito nel Motorcycle Hall of Fame, insieme a quello di altre grandi stelle del motociclismo.

 The Rugged Road è il titolo del volumetto in cui Theresa Wallach ci racconta questa straordinaria avventura.

 httpv://www.youtube.com/watch?v=UjNmXQdgqhA


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