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Le 10 moto italiane del passato più indimenticabili (dagli anni ’50 agli anni ’70)

Top Ten. La passione per le 2 ruote è nel DNA del popolo italiano. Dal dopoguerra alla fine degli anni ’70, ecco le 10 moto nostrane indimenticabili secondo Pianeta Riders.IT






Ducati 750 SS (1973-1977)

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Gli anni ’70, in Italia, videro nascere un sempre più crescente apprezzamento per le maxi moto. Ducati, per stare al passo coi tempi, nel 1971 commercializzò la GT 750; ma il boom arrivò dopo il 1972, anno in cui le Ducati 750 Sport, guidate da Paul Smart e Bruno Spaggiari, salirono sui primi due gradini del podio della 200 miglia di Imola. A quel punto, gli appassionati volevano una moto di serie derivata da quelle Ducati così performanti: furono accontentati un anno più tardi, con la nascita della Ducati 750 SS. Il motore era quello della GT 750, ma i 57 cavalli della Gran Turismo, nella Super Sport diventarono 70. Inoltre, questa nuova Ducati era dotata di distribuzione desmodromica. L’aspetto era molto simile alle 750 Sport che trionfarono ad Imola, il che la rendeva ancora più desiderabile dai “maniaci” delle gare di tutta Europa, tanto che la stessa livrea è stata utilizzata dal team Caracchi sulla Ducati 749, nella gara di Imola del mondiale Supersport 2005.

Mondial 125 Monoalbero (1952-1954)

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A cavallo tra gli anni ’40 e ’50, la FB Mondial visse un triennio d’oro per quanto riguarda le corse della classe 125. Il successo della casa bolognese nelle competizioni sollevò l’interesse dei piloti privati, che cercavano una moto con prestazioni da gara per partecipare ai numerosi eventi che si svolgevano all’epoca in tutta Europa. La risposta della FB Mondial non si fece attendere e, nel 1952, fu presentata la FB Mondial 125 Tipo Competizione, più conosciuta come Mondial 125 Monoalbero. Ottenne numerosi successi nelle corse private di tutta Europa, che si andarono a sommare alle vittorie già ottenute nel motomondiale. La 125 Monoalbero raggiungeva i 140 km/h, vantando di essere “la più veloce 125 sul mercato”.

MV Agusta 750 Sport (1970-1074)

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Voluta dal conte Domenico Agusta perché rappresentasse la moto italiana per eccellenza, destinata a pochi, e infatti prodotta in serie limitata: poco più di mille esemplari. Purtroppo, però, la MV Agusta 750 Sport non eguagliava le prestazioni delle tre cilindri che dominavano il Motomondiale. Nonostante il motore da 69 CV permettesse alla moto di raggiungere i 214 km/h, la trasmissione ad albero cardanico e la limitata capacità di piega delusero gli appassionati delle corse. Ma la Casa di Cascina Costa non badava al profitto. Anzi, fu proprio per volere del conte che la 750 Sport fu dotata di una tecnologia inadeguata per le gare, per evitare che i privati potessero correre in una competizione senza una MV Agusta ufficiale. La 750 Sport diventò comunque un simbolo dell’Italia su due ruote, dal prezzo esorbitante e dallo stile inconfondibile. Di certo meritevole di appartenere a questa Top Ten.

Laverda 750 SF (1970-1976)

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Dopo il successo ottenuto dalla 750 S, la Casa di Breganze, lanciò la Laverda 750 SF. La sigla SF era dovuta ai due robusti freni a tamburo dotati di ventola per il raffreddamento: “Super Freni”, appunto. Il motore erogava una potenza di 60 CV e raggiungeva i 190 km/h. Il prezzo era decisamente più basso rispetto ad altre moto della stessa categoria, e le prestazioni erano più che soddisfacenti. Infatti, nel 1972, fu la maxi moto più venduta in Italia.

Moto Guzzi V7 Sport (1971-1977)

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Mentre, nel 1970, il progettista Lino Tonti tentava di portare alla luce una nuova Moto Guzzi sportiva, gli operai iniziarono una serie di scioperi, picchettando gli stabilimenti Guzzi per impedirvi l’ingresso. Tonti, per continuare il proprio lavoro, fu costretto ad entrare di nascosto, insieme ad alcuni collaboratori, per portare via i progetti, un motore vuoto e dei tubi di acciaio. Proprio con questi ultimi diede vita al mitico telaio della V7 Sport. La moto, con i suoi 72 CV, garantiva prestazioni eccellenti, ma la consacrazione definitiva non arrivò mai: un po’ per l’estetica poco rifinita, un po’ per via di alcuni componenti ripresi da vecchi modelli, la Moto Guzzi V7 Sport non risultava all’altezza di altre moto della concorrenza, pur fornendo prestazioni migliori.

Moto Bianchi Bianchina 125 (1947-1953)

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La storia del marchio Bianchi è lunga e passa attraverso due guerre mondiali. Nata nel 1885 come bottega di riparazioni, si affaccia al mondo delle moto ad inizio secolo, producendo la prima bicicletta a motore. Nel 1927 la Bianchi fa il suo esordio nelle corse con in sella un giovane Tazio Nuvolari e raggiunge, anche con altri piloti, numerosi successi. Poi ci fu la Grande Guerra e subito dopo, nel 1947, la Bianchi produsse la Bianchina 125, una delle moto più vendute del dopoguerra. Furono ben 70 mila gli esemplari costruiti, chiedete ai vostri nonni se non ci credete.

Aermacchi GTS 350 (1970-1972)

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Quando, nel 1960, la Aermacchi iniziò la celebre collaborazione con la Harley-Davidson, l’obiettivo era di creare delle moto italiane di piccola cilindrata da esportare negli USA. Le tecnologie, e soprattutto l’estetica, dovevano quindi soddisfare le richieste degli americani. Il risultato fu la produzione di svariate moto con cilindrata non superiore ai 250 cm³ (escludendo la mitica Ala d’Oro da competizione). Nel 1970, però, la Aermacchi produsse una moto totalmente nuova, ancora più influenzata dall’aspetto delle due ruote a “stelle e strisce”: la GTS 350. Questo modello presentava un manubrio rialzato e il serbatoio a goccia. La produzione terminò nel 1972, quando cessò il connubio tra Aermacchi e Harley-Davidson.

Moto Morini 3 ½ GT (1973-1983)

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Con l’obiettivo di creare una moto di semplice produzione e che fosse appetibile per le masse, la Morini decise di assumere l’ingegner Lambertini, che aveva già lavorato per la Ferrari. Fu creato un motore bicilindrico a V con un’angolazione di 72° e una cilindrata di 350 cm³: la moto che montava questo propulsore fu chiamata, appunto, Morini 3 ½. Ne derivarono altre cilindrate, tutte figlie della 3 ½, che grazie ai suoi 35 cavalli e ai bassi consumi, divenne una valida alternativa per i giovani italiani che, abituati alle piccole cilindrate nostrane, erano ormai desiderosi di maggiore potenza.

Benelli 750 Sei (1974-1986)

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Nel 1971, l’industriale argentino Alejandro De Tomaso acquistò la Benelli nella speranza di rilanciare le due ruote “made in Italy”, ormai schiacciate dalla concorrenza nipponica. Fu proprio dalle moto giapponesi che la Benelli prese abbondantemente spunto: sulla base del quattro cilindri della Honda CB500 Four, la casa di Pesaro costruì la Benelli 750 Sei, la prima sei cilindri della storia. Purtroppo, il motore della 750 Sei (costruito negli stabilimenti della Moto Guzzi, anche questi appartenenti a De Tomaso) riscontrava svariati difetti. Questo, unito al prezzo esorbitante rispetto alla concorrenza, ne decretò un successo solo parziale, più che altro dovuto al prestigio di possedere l’unica sei cilindri sul mercato. Anche le prestazioni non erano propriamente al top, o almeno non quanto ci si aspettava da una moto come la Benelli 750 Sei, che comunque è entrata di diritto a far parte della storia delle moto italiane.

Gilera 150 Sport (1952-1960)

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Nell’immediato dopoguerra, Gilera produsse due moto di cilindrata medio-alta, ma ben presto si resero conto che queste erano poco adatte alle richieste del momento. Così fu commissionata una moto più economica, ma dotata di motore a quattro tempi. Furono così creati tre diversi motori: un 125, un 150 e un 175, ma fu quello di mezzo ad avere maggior successo. Infatti, la 150 fu la Gilera più venduta di sempre, con ben 96.000 esemplari prodotti. La versione Sport era dotata di sospensione anteriore telescopica e, a partire dal 1953, di cambio a quattro marce. La Gilera 150 Sport raggiungeva i 100 km/h.

Scopri qui le altre TOP TEN.


1 Comment

  1. Fabio Avossa

    2014/10/24 at 12:40 PM

    Mi limito, da ducatista di vecchia data, a segnalarvi la 851, il Mark 3, lo Scrambler.

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