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Non solo al Giro d’Italia o al Tour de France: quando la motocicletta è al servizio della bicicletta

(articolo di Andrea Adorni)

Abituati come siamo a vedere la moto protagonista di tante sfide su asfalto e sterrato, ci viene molto difficile, se non addirittura impossibile, immaginarla al servizio della sua antenata: la bicicletta. Nonostante la continua evoluzione tecnica, che ha visto moto e bici allontanarsi sempre di più, il rapporto tra questi due mezzi è rimasto e rimarrà sempre lo stesso: un ottimo rapporto. Chi meglio della fidata compagna motocicletta può accompagnare la bicicletta per le strade del Giro d’Italia o del Tour de France?
Certo, borbotterà un po’ nei lenti tratti di salita, o lungo le dritte strade di pianura, ma nelle veloci discese, canticchiando, seguirà come un’ombra la più debole compagna. Un’esperienza sicuramente affascinante, che negli anni passati portò alcuni piloti come Gianfranco Bonera e Vittorio Brambilla a partecipare al Giro a bordo delle moto.

Se al Giro o al Tour il ruolo della motocicletta è stato ed è tuttora importante, nelle gare di dietro motore o mezzofondo era addirittura fondamentale. In queste competizioni, nate intorno al 1898, la moto svolgeva il ruolo di allenatrice e a condurla era proprio un allenatore. Il “pacchetto” moto-pilota aveva il compito di “tagliare” l’aria al ciclista, in gergo “stayer”, affinché potesse raggiungere la massima velocità possibile. Inizialmente queste atipiche motociclette artigianali, caratterizzate da un lunghissimo manubrio ad U e da un piccolo strapuntino al quale il pilota-allenatore si appoggiava assumendo una posizione praticamente eretta, erano equipaggiate con propulsori di grossa cilindrata di derivazione aeronautica, come l’Anzani 1800 o il Meyer 2000, in grado di fornire potenze molto elevate. Sulla sospensione posteriore, rigida per non creare oscillazioni pericolose per il ciclista, era applicata una lunga staffa dotata di un rullo distanziatore, al quale lo “stayer” si appoggiava per sfruttare al massimo la scia. Altre particolarità di queste motociclette erano l’acceleratore a “cricchetto”, che permetteva un costante e preciso controllo della velocità, e lo scarico corto che permetteva una rapida dispersione dei gas che altrimenti il ciclista avrebbe dovuto respirare.

A partire dagli anni settanta le moto artigianali furono sostituite dalle moto di serie come le Honda CB 500, le Yamaha SRX 600 o le più recenti Cagiva Ala Rossa 600 opportunamente modificate nella ciclistica, ma non nel propulsore, per rispettare le norme dell’ U.C.I. (Unione Ciclistica Internazionale). Negli ultimi anni, essendo stata tolta dal programma delle olimpiadi e dei campionati mondiali, questo tipo di competizione ha perso ogni tipo di importanza.

Anche nel Keirin, altra specialità del ciclismo su pista nata in Giappone nel 1948, il ruolo della motocicletta è fondamentale. Diversamente dalle moto impiegate nelle gare di dietro motore, quelle del Keirin, denominate “Derny”, sono praticamente dei ciclomotori dotati di pedali spinti da un potente motore di soli 45cc.

Il “Derny” si porta piano piano a 50 km/h mentre i corridori in scia tentano di guadagnare una posizione vantaggiosa, poi si sposta all’interno della pista e i corridori disputano la volata finale. A differenza del mezzofondo, il Keirin è ancora molto diffuso.
Moto e bici, un’accoppiata vincente in grado di offrire ancora tante sorprese.


2 Comments

  1. Bastard Machine

    2011/05/03 at 11:26 AM

    a me piacciono le bici. Certo però che quando incontri quei gruppi di ciclisti che OCCUPANO totalmente la strada un po’ gli meneresti!!!!

  2. Sante

    2011/05/03 at 11:32 AM

    Bastard Machine Ha Scritto:

    a me piacciono le bici. Certo però che quando incontri quei gruppi di ciclisti che OCCUPANO totalmente la strada un po’ gli meneresti!!!!

    VERO!!!

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