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Moto Guzzi Daytona 1000: tradizione italiana

In principio fu la Dottor John… poi venne la Guzzi Daytona 1000. Storia di un modello leggendario

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Perché fu proprio da quel prototipo del 1989, denominato DJR (Dottor John Replica), e realizzato da John Wittner, ex dentista americano con il pallino per le corse (e, soprattutto, per le moto di Mandello), che prese forma l’affascinante Daytona 1000 del 1992. La DJR discendeva a sua volta  dal prototipo da competizione che sbancò la Battle Of Twins di Daytona nel 1988 con il pilota Doug Braunek, e che a Monza sfiorò il bis. Impresa non riuscita a causa della rottura del cavo della candela, proprio quando Braunek si era lasciato alle spalle Marco Lucchinelli e la Ducati 851. Poco importava, la casa di Mandello era tornata alle corse, e lo aveva fatto da vincente.

Purtroppo le difficili vicissitudini finanziare, dovute alla gestione De Tomaso, bloccarono lo sviluppo della Daytona stradale che, come detto, vedrà la luce solamente tre anni più tardi, nel 1992. Tre lunghissimi anni durante i quali la concorrenza, giapponesi in testa, aveva fatto passi da gigante, e quando la Daytona fece finalmente la sua comparsa si trovò ad essere una moto ormai “superata”. E fu un vero peccato! Perché, la Daytona, bella lo era davvero.

Rossa, sportiva e dalla forte personalità. C’erano tutti gli “ingredienti” tipici della sportività italiana. Rispetto alla DJR perdeva la carenatura completa e acquistava una linea più moderna e piacevole, fortemente caratterizzata dal suo possente propulsore, il bicilindricoa V di 90° raffreddato ad aria più potente al mondo che, tra l’altro, assolveva anche a funzioni portanti. Distribuzione monoalbero a 8 valvole comandata da cinghie dentate ed ingranaggi dritti, sistema di accensione digitale a scarica induttiva, iniezione elettronica Weber-Marelli (in luogo dei precedenti carburatori della DJR) e trasmissione finale a doppio giunto cardanico. Insomma, tradizione ed innovazione allo stesso tempo.

La stessa che trovavamo anche nella ciclistica. Infatti, oltre al bel telaio monotrave al nichel-cromo-molibdeno, spiccavano una professionale forcella Marzocchi di tipo tradizionale, regolabile in estensione e compressione, un forcellone oscillante, anch’esso al nichel-cromo-molibdeno, con monoammortizzatore Koni pluriregolabile, una coppia di dischi Brembo con pinze a quattro pistoncini all’anteriore ed un disco Brembo con pinza a due pistoncini al posteriore.

Potenza di 95 cv a soli 8.000 giri/min, coppia di ben 10 kgm ad appena 6.000 giri/min, peso a secco di 205 kg ed oltre 240 km/h di velocità massima, questi i numeri della Daytona. Una moto “maschia” che, a dispetto dei suoi numeri (ovviamente inferiori a quelli delle rivali giapponesi a quattro cilindri dell’epoca), in pista sapeva trasmettere forti emozioni. Anche se le sue partecipazioni alle competizioni furono sporadiche.

A questa prima versione ne seguirono altre due: quella del 1994 e la RS del 1996, con nuova gestione elettronica e look aggiornato. Tuttavia l’eredità della Daytona non andò perduta, infatti, il suo propulsore, aumentato nella cubatura, fu utilizzato da Ghezzi per la bellissima MGS-01ma questa è un’altra storia


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