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Modelli leggendari: Bimota YB8 Furano, esclusività su due ruote

Un capolavoro su due ruote che, all’epoca, turbò il sonno di tantissimi Riders… ma finì solo nelle mani di pochi!

Che il suo curioso nome, Furano, derivasse dalla piccola cittadina giapponese situata nella prefettura di Hokkaido, o dal composto organico eterociclico altamente velenoso ed infiammabile, questo bisognerebbe chiederlo ai progettisti della Bimota. Quel che è certo è che la YB8 Furano era un mezzo esclusivo, dotato di una forte personalità e di una ciclistica sopraffina. Una fuoriserie destinata ad una cerchia di pochi eletti. Appassionati ammiratori del marchio riminese, che sapevano apprezzarne a fondo i contenuti tecnici e che, soprattutto, erano disposti a spendere oltre 47 milioni di vecchie lire per acquistarne un esemplare.

Come per tutti i prodotti dell’atelier riminese, l’elevata finitura dei particolari balzava subito all’occhio; nulla era lasciato al caso. Addirittura, per resistere alle forti sollecitazioni dell’aria alle alte velocità, la carenatura della Furano era stata rinforzata con inserti in fibra di carbonio. In carbonio erano anche il parafango posteriore ed il supporto della pinza posteriore.

Cuore pulsante della Furano era il quadricilindrico bialbero a venti valvole della Yamaha FZR 1000 Exup con cambio a cinque rapporti. Per incrementare la già ottima potenza del propulsore nipponico, i tecnici riminesi avevano sostituito i carburatori con un sofisticato sistema ad iniezione elettronica indiretta, comandato da una centralina a microprocessore debitamente mappata. E il risultato ottenuto aveva dell’incredibile: 164 cavalli contro i 145 del propulsore originale. Considerando che la Kawasaki ZZR 1100, la moto di serie più veloce e potente dell’epoca, si fermava a 151 cavalli…

Numeri troppo ottimistici? Forse! Ma che la Furano si fosse dimostrata velocissima, anche se molto impegnativa da portare al limite, era un dato di fatto.

Fiore all’occhiello dell’intero progetto era senz’altro la ciclistica. Il telaio era un raffinatissimo doppio trave interamente in alluminio, talmente curato in ogni particolare da sembrare una scultura moderna. All’avantreno spiccavano una professionale forcella Paioli upside-down completamente regolabile e un impianto frenante a doppio disco a quattro pistoncini. Al retrotreno lavoravano un monoammortizzatore pluriregolabile e un forcellone a doppio braccio oscillante in alluminio a sezione rettangolare anche se, vista l’esclusività del prodotto, sinceramente, un doppio braccio oscillante asimmetrico, o con capriata di irrigidimento, sarebbe stato sicuramente più gradito. Ma d’altronde nessuno è perfetto! L’impiego di materiali pregiati, sempre stando alle dichiarazioni della casa, aveva permesso di contenere il peso a secco in soli 180 kg.

Potenza, stabilità, precisione direzionale e velocità di inserimento in curva erano i punti di forza della fuoriserie riminese. E il tutto accompagnato da un sound entusiasmante. Oggi, una maxi sportiva con 164 cavalli, 180 kg ed oltre 280 km/h di velocità massima non fa certo notizia, ma vent’anni fa…


1 Comment

  1. gianka

    2014/03/06 at 12:21 PM

    Veramente la forcella anteriore era marcata Ohlins e non Paioli.

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