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Leggende del motociclismo: Angel Nieto, “Doce màs uno”

“Doce màs uno”, ovvero 12+1. Sì, perché Angel Nieto, il Campionissimo delle piccole cilindrate, era (ed è) molto superstizioso e, ancora oggi, a chi gli chiede quanti titoli mondiali abbia conquistato in carriera, con un sorrisetto beffardo non risponde 13, ma 12+1. Davanti a lui c’è solo il grande Ago che, con i suoi 15 titoli mondiali e le sue 123 vittorie, probabilmente, resterà in vetta alla piramide dei più grandi piloti di tutti i tempi per sempre.

Angel Nieto nacque a Zamora il 25 gennaio del 1947. Ben presto i genitori, per motivi di lavoro, si trasferirono nella capitale spagnola, dove il piccolo Angel crebbe a pane e motociclette. A soli 13 anni fece il suo debutto nelle competizioni, e fin da subito lasciò tutti stupiti per le sue grandi doti. E poco tempo dopo, a Granada, salì per la prima volta sul podio, giungendo terzo in una gara della classe 125 con una vecchia moto di soli 65cc.
Fu l’inizio di una lunga serie di successi che nel 1963, a soli 16 anni, gli spianò la strada verso la Derbi e il professionismo. E solamente un anno più tardi, sul circuito del Montjuich, esordì nella classe 50 del Motomondiale conquistando uno splendido quinto posto. Quel giorno nacque la leggenda di Angel Nieto. Una leggenda fatta di 12+1 titoli mondiali (sei nella classe 50 e sette nella classe 125), 90 vittorie e 139 podi. Una leggenda capace di vincere il suo primo Gran Premio, con la Derbi 50 nel 1969, al Sachsenring (anno in cui conquistò anche il suo primo titolo mondiale), e di vincere per l’ultima volta, sedici anni dopo, nel 1985, a Le Mans, con la Derbi 80, nell’unica gara da lui disputata con questa moto. Aveva 38 anni.
Ma leggendaria fu anche la doppietta conquistata nelle classi 50 e 125 nel 1972. E quando decise di lasciare la vincente Derbi per la Kreidler e la Bultaco, a tutti sembrò una mossa azzardata. Ma era anche l’unica possibile per sapere quale fosse il suo potenziale e quale quello della moto.  Probabilmente sapeva di poter vincere anche con una moto che non era la Derbi. Perché Angel Nieto era troppo intelligente per bruciarsi la carriera, accettando di guidare una moto poco competitiva, non in grado di lottare per il titolo. Il potenziale c’era, bastava solo tirarlo fuori, e lui in questo era un mago. Così, da quel magico cilindro, estrasse tre magie (un titolo iridato con Kreidler nella 50 e due nella 125 con Bultaco). Ma Angel Nieto amava le sfide. Lasciò da vincente la Bultaco e la classe 50 per approdare in Minarelli e concentrarsi esclusivamente sulla ottavo di litro.

Con la casa bolognese conquistò altri due allori. A 34 anni, e con 10 titoli mondiali vinti in sella a quattro diverse motociclette, avrebbe potuto pensare al ritiro, ormai era già una leggenda del motociclismo. Ma non andò così. Nel 1982 la Minarelli divenne Garelli, ma il risultato non cambiò. Angel Nieto continuò a vincere e nel 1984, assicurandosi le prime sei gare delle otto in calendario, si aggiudicò il suo ultimo titolo, il tredicesimo. Nel 1985 decise di passare alla 250, sempre con la Garelli. E questo fu il suo primo, e forse unico, grande errore in carriera. Ma, come detto, Angel Nieto era troppo intelligente per lasciare quel mondo di cui era stato grande protagonista da perdente, e dopo aver mancato le prime due qualificazioni con la Garelli 250, a Le Mans decise di schierarsi con la Derbi 80. Fu la sua ultima vittoria, la novantesima. Da vincente era entrato e da vincente se n’è andato.

Nel 1986 decise di passare dall’altra parte del box diventando team-manager: scoprì Manuel Poggiali e cercò inutilmente di portare alla ribalta il nipote Fonsi e i figli Pablo e Angel Jr.


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