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La tragedia del Mugello: Otello Buscherini e Paolo Tordi

“Otello scommetteva cinquemila lire con una 60 cc contro le Guzzi, le Gilera, i primi Norton e le prime BSA. Lo vedevano solo alla partenza, perché lui conosceva il tracciato in maniera da poterlo correre ad occhi chiusi, il motorino era agile e andava anche forte, perché allora le moto non è che fossero ferme, e i nostri 60 cc erano già motorini da 130 all’ora. Quando arrivavano su, Otello riscuoteva e cercava un altro per tornare giù. Faceva avanti e indietro, era straordinario”.

Così l’amico Mario Lega ha ricordato Otello Buscherini in un’intervista rilasciata al giornalista Luca Delli Carri per la stesura del libro Matti dalle gare”. Erano i tempi del Muraglione, i tempi di quando il giovane Otello sfrecciava con gli amici lungo i suoi tornanti. Perché come tutti i romagnoli amava i motori e la velocità. Nelle sue vene scorreva il sangue del campione. E se quel giorno, quel maledetto giorno – il 16 maggio 1976 – all’ Arrabbiata1, durante il Gran Premio delle Nazioni al Mugello, tra lui e la gloria non si fossero “interposti” i pali di sostegno delle reti di contenimento, avrebbe certamente scritto il suo nome nell’ albo d’oro del motociclismo mondiale. Fu ucciso dalla sua stessa moto, che gli schiacciò il torace proprio contro quei pali. Aveva ventisette anni.

“Lo vidi cadere e scivolare verso la rete di recinzione, inseguito dalla sua stessa moto. Otello non ebbe scampo, non c’erano vie di fuga, la Yamaha imbizzarrita lo travolse sul paletto di sostegno della rete che divideva le tribune dalla pista. Una morte assurda”.

Queste le parole dell’amico fraterno Luciano Sansovini, che accompagnava Otello ad ogni gara.

Vinse molto, Otello Buscherini. Con moto diverse su tracciati diversi. Dalle strade di montagna ai circuiti tradizionali. Anche al Mugello, dove solamente un anno prima, esordiente sulla Yamaha, raccolse il primo posto nella 250 e il terzo nella 350.

Alcune ore più tardi, durante la gara delle 350, quando nell’aria si respirava ancora l’odore acre della morte, il fato riservò lo stesso terribile destino di Otello Buscherini ad un altro giovane pilota, Paolo Tordi. Le coincidenze sono agghiaccianti: anche Paolo, come Otello, era romagnolo, aveva ventisette anni e guidava una Yamaha; anche Paolo come Otello morì contro quei maledetti pali di sostegno. Solo la curva era diversa: la Biondetti1.

Paolo_TordiGianfranco Bonera, che seguiva Paolo Tordi da vicino, raccontò così l’accaduto: Lo seguivo in traiettoria. L’ho visto piegare la moto e ho capito che non l’avrebbe più rialzata. Ho pensato – se rimbalza me lo trovo addosso e tocca a me – Invece s’è accartocciato là sul posto esatto dove è caduto, appena dentro la rete”.

Quell’uomo con la barba corta, gli occhi verdi ed una grande voglia di vivere, nonostante un sorriso sempre triste (quasi presagisse il suo tragico destino), era irruento ed imprevedibile. Un po’ come un temporale in piena estate. E fu proprio sotto una pioggia battente che nel 1973, in occasione della Coppa Shell, colse la sua prima grande affermazione.

Nato a Cesena nel 1948, quando il suo illustre concittadino Dario Ambrosini era all’apice del successo, Paolo Tordi si avvicinò al motociclismo fin da ragazzino. E quando, dopo numerosi sacrifici (il padre era muratore e la madre operaia), riuscì a mettere insieme il denaro necessario per acquistare una moto competitiva, nel 1973 si iscrisse al Campionato Italiano di Velocità della classe 350, dove colse un quinto posto finale. Quarto nel 1974 e terzo l’anno successivo, nel 1976 partecipò sia al campionato italiano che a quello mondiale in sella alle Yamaha 250 e 350. Puntava in alto quell’anno, Paolo Tordi, ma quei maledetti pali del Mugello…

Otello e Paolo: la stessa grande passione, lo stesso tragico destino.


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