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Fantic Caballero “reload” – Elettrico e vintage

Il dinamico gruppo Venetwork ed il suo ambizioso progetto di rilanciare in veste “green” un mito degli anni 70 e 80: il Caballero fantic.

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Correva l’anno 1968 e, nella ridente cittadina di Barzago, provincia di Lecco, nasceva la Fantic Motor, che di lì a un anno avrebbe messo in commercio un modello rimasto un mito per tutti gli adolescenti di quell’epoca: il Caballero 50. Anni in cui internet non esisteva e procurarsi la foto della moto desiderata diventava una cosa non semplice. Le pubblicità sulle pagine di “Topolino” del Caballero Fantic 50 e 125 andavano quindi letteralmente a ruba, quasi al pari delle figurine di Boranga o di Cuccureddu con la maglia della juventus.

La Fantic Motor, sparita nei meandri della globalizzazione, venne trasferita a Dosson di Casier a seguito dell’acquisizione nel 2003 da parte dell’industriale trevigiano Fregnan. Oggi, a promuovere il brand Fantic, sono gli imprenditori veneti della Venetowork dopo quasi cinquant’anni dalla prima caballero.

Il piano industriale è ambizioso e ben strutturato come è stato esposto da Mariano Roman amministratore delegato della Fantic S.r.l., direttore tecnico in Aprilia per 23 anni. Il rilancio del Caballero si basa su due pilastri: ecosostenibilità e stile vintage. La motorizzazione elettrica indubbiamente si sta imponendo sulla scia della diffusa coscienza “green” anno dopo anno come reale alternativa ai motori termici, soprattutto per il mercato delle piccole cilindrate. Mettere un innovativo sistema di propulsione su un modello dal richiamo delle classiche linee enduro crea un affascinante contrasto e sicuramente lo stile vintage aiuta il rilancio di un modello con lo stesso nome di una moto che ha fatto un epoca; e poi il vintage non muore mai.

Il lancio del nuovo caballero in versione elettrica è sicuramente un progetto innovativo e, come sostiene lo stesso Mr. Roman:Il mercato delle due ruote da noi è fermo, nessuno scommetterebbe un euro su un simile progetto. Ma Venetwork è nata per individuare le piccole sane realtà industriali e cercare un re-startup. Si tratta di dare rilievo a un Made in Italy che altrimenti rischierebbe di non crescere”.

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