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Honda VFR 750 R (RC 30): la fine del mondo!

Vi raccontiamo uno dei modelli leggendari della Casa dell’Ala

“Oggi siamo usciti insieme per la prima volta. Non è stata un’esperienza felice in tutti i sensi. Lei troppo avvenente, formosa, esuberante, eccessivamente vistosa. Io chiaramente della mia età, esageratamente preoccupato della stonatura, stupidamente timido, irosamente geloso, imbarazzato nell’esibire tanta grazia. No, non è stato bello. Come se non bastasse la disarmonia estetica fra noi due, ci si è messa la sua notorietà. Troppi rompiscatole a ronzare attorno, a verificare da vicino se si trattasse proprio di lei, con la sfrontatezza di rivolgermi delle domande che la riguardavano…”

Fu così che l’indimenticato Roberto Patrignani raccontò la sua prima esperienza in sella all’amata Honda RC 30. Perché solamente un “menestrello” come lui avrebbe potuto descriverla così, senza quei ricercati paragoni mistici, rischiando poi di cadere nel banale. E al cospetto di tanta magnificenza il rischio era veramente elevato.

Realizzata non dalla Honda, ma direttamente dalla HRC (il reparto corse della casa dell’ala dorata) in circa 2.000 esemplari una volta per tutte, il quantitativo destinato al nostro Paese, dove sbarcò nel 1988, era di poco superiore al centinaio.

Diversamente da quanto si potesse pensare, la RC 30 non era la naturale evoluzione della sperimentale RS 750 R con cui Joey Dunlop dominava i campionati TT1, era completamente un’altra moto. A partire dal telaio: non una doppia culla in tubi quadri di alluminio come quello della NS 500 da GP, ma un nuovissimo doppio trave, sempre in alluminio. Tra le tante raffinatezze di questa moto spiccavano il forcellone posteriore monobraccio con ruota a sbalzo e le bielle in titanio. Con la RS 750 R di Joey Dunlop condivideva solamente l’architettura del propulsore, un V4 di 90°, e il tipo di distribuzione, a cascata di ingranaggi.

Era bella da guidare la RC 30 (e lo è ancora oggi). Un po’ meno pronta ai bassi regimi rispetto alla più stradale VFR 750 F, ma decisamente più “esplosiva” agli alti. Il suono del suo V4 non faceva di certo accapponare la pelle come quello della Laverda 750 SFC, ma arrivava a “toccarti” il cuore e te ne innamoravi subito. Proprio come successe a me quando la incrociai per la prima volta.

Curata dalle esperte mani del tecnico bergamasco Oscar Rumi e guidata da veloce pilota californiano Fred Merkel, la RC 30 si aggiudicò le prime due edizioni del mondiale Superbike (1988 e 1989). Ma si impose anche sui più famosi tracciati stradali come il Tourist Trophy e la North West 200. Insomma, un’arma vincente! Del resto la Honda non ne aveva mai fatto un segreto che la RC 30 fosse una moto nata per correre e, soprattutto, per vincere. E senza la nascita del mondiale Superbike, probabilmente, questa stupenda motocicletta non avrebbe mai visto la luce.

112 cv di potenza massima, 185 kg a secco ed oltre 250 km/h di velocità massima: questi, in breve, i numeri di quella che può essere considerata la moto sportiva più “importante” degli anni ottanta. Anche più della Suzuki GSX-R 750 del 1985, la “madre” di tutte le Superbike dell’era moderna.


5 Comments

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  3. Don Desmo

    2014/03/04 at 11:30 AM

    Il mio unico sogno nascosto (neanche tanto) con gli occhi a mandorla..

  4. Domenico Oricchio

    2014/08/24 at 6:22 PM

    Ne ho’ una uguale a quella,ala d’orata!!!…:)

  5. Pietro

    2017/12/05 at 3:23 PM

    Prima della casa dove abitavo da quando son nato e dove ho risieduto fino a pochi anni fa c’era una curva stretta a 90°, era preceduta da un tratto quasi rettilineo in parte fra due muri e che prendeva abbrivio da un semaforo. innestavo la prima chilometrica allo scattare del verde e in un sol colpo di respiro arrivavo la incima già oltre i cento all’ora, dentro la seconda, giocavo a farmi salire il cuore in gola ritardando la frenata sempre di un centimetro in più. E’ lì che la RC30 si è sempre manifestata diversa da tutte le altre, aspirazione e scarico dal suono tintinnante che prendevano vita in un furore da battaglia corpo a corpo e poi la curva, il cuore in gola, i nervi tesi in un attesa che sapeva che non sarebbe stata tradita, indice e medio sul freno, tirata di leva scalata in prima a 10000 giri e… magia… l’RC30 si aqquattava, docile, senza il minimo serpeggiamento o saltellamento della ruota posteriore, tutta insieme… Mai, mai provato con nessun’altra moto così. Ne ho avute due, una allestita in tutto e per tutto come la versione giapponese a fari piccoli. Bellissima, ma un sogno è rimasto nel cassetto, quattro FCR e un po’ di giri in pista. Ora non me la posso più permettere. Addio amore.

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