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Honda RSC 1000: la regina dell’Isola

Storia della Moto, modelli leggendari: la mitica Honda RSC 1000

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Nel 1975, sulla base della stradale CB 750 Four, la Honda diede vita alla RCB, una brillantissima sportiva che dominò i mondiali Endurance dal 1976 al 1979 ininterrottamente. Così, nel 1979, dall’esperienza maturata con le RCB e le CB 900 Bol d’Or stradali, il colosso nipponico realizzò una nuova moto per confrontarsi nel Campionato Mondiale TT Formula1: la RSC 1000. Dove RSC stava per Racing Service Company, il reparto corse della Honda (quello che successivamente diverrà HRC). Furono loro, infatti, a realizzare questo gioiellino da corsa che, gestito dal team Honda Britain, si impose fin subito sui difficili tracciati stradali dell’Ulster e in quello ancor più insidioso dell’Isola di Man. E fu proprio al Tourist Trophy che la RSC raccolse i suoi maggiori successi. Dapprima con Alex George e Mick Grant, e successivamente con l’immenso Joey Dunlop.

Il propulsore, del tutto simile esteriormente a quello della Bol d’Or stradale, era un quattro cilindri in linea interamente in alluminio con doppio albero a camme (entrambi azionati da una catena a doppia maglia, come quella della trasmissione primaria) e quattro valvole per cilindro che, portato al limite della cilindrata piena, erogava ben 130 cavalli ad un regime di 9.500 giri/min.  L’alimentazione era garantita da una batteria di carburatori da 32 mm e la lubrificazione, come quella della CB 750 Four, era a carter secco. Questo particolare accorgimento permetteva un carter di ridotte dimensioni che andava a tutto vantaggio della potenza. Il cambio era a cinque rapporti.

Ma per domare un motore così esuberante ci voleva anche un telaio all’altezza. E la doppia culla continua in tubi tondi di acciaio, rinforzata in più punti per resistere maggiormente alle torsioni, lo era certamente. All’avantreno lavorava una forcella Kayaba da 37 mm, mentre al retrotreno agiva un forcellone oscillante al cromo-molibdeno comandato da una coppia di ammortizzatori a gas regolabili su più posizioni. Ingegnoso il sistema di sgancio rapido delle ruote, che permetteva di rimuoverle senza dover intervenire su pinze e dischi, che restavano ancorati alle rispettive forcelle. Sui professionali cerchi Comstar componibili, con il mozzo in lega leggera e le razze in alluminio, erano montati pneumatici di misure piuttosto generose: 120 e 160. Il serbatoio, anch’esso piuttosto generoso, conteneva 24 litri di carburante. L’abbondante utilizzo di alluminio e di altre leghe leggere conteneva il peso a secco in soli 165 kg, limite consentito ad un’odierna Superbike ufficiale.

Grazie all’esuberanza del suo propulsore la RSC “bucava” il muro dei 300 chilometri orari. Prestazioni che avevano dell’incredibile se consideriamo che la RSC 1000 era pur sempre una derivata di serie.


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