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Leggende del motociclismo: Paul Smart, la Ducati 750 e quella fantastica “200 Miglia”

Correva l’anno 1972… in un clima reso incandescente dalle lotte operaie, Enrico Berlinguer assumeva la segreteria del partito comunista, mentre a Milano veniva arrestato il criminale Renato Vallanzasca. A Monaco Di Baviera un commando di terroristi palestinesi faceva irruzione nel villaggio olimpico uccidendo 11 atleti israeliani. Sul grande schermo usciva “Il Padrino”, capolavoro di Francis Ford Coppola. Il “kaiser” Franz Beckenbauer si aggiudicava il “Pallone d’oro”.

E a Imola, un certo Paul Smart, in sella ad una Ducati 750, conquistava la “200 Miglia”, la gara motociclistica italiana più importante. Una bellissima vittoria, giunta al termine di un entusiasmante duello con il compagno di squadra Bruno Spaggiari. E pensare che a quella gara Paul Smart neanche ci voleva partecipare… ecco il suo ricordo di quell’incredibile impresa:

“Mi imbarcai sull’aereo già stanco, dopo aver appena corso una gara ad Atlanta, negli Stati Uniti. Non mi sorrideva l’idea di affrontare un lungo viaggio fino a Imola per disputare quella gara, non ero affatto sicuro di volerci andare e poi ero convinto che avrei gareggiato con l’ennesima moto superata, messa insieme in qualche modo per la gara.

 Al circuito di Modena trovai ad aspettarmi un’inattesa folla di meccanici, e parlando con Franco Farné, che all’epoca dirigeva il reparto corse, ebbi l’impressione che stesse preparando qualcosa di grosso.

 Il tracciato si trovava proprio in centro città, fungeva anche da aeroporto, ed era circondato da condomini; tra case e aerei era molto facile distrarsi, e io dovevo provare una moto nuova di zecca, sotto gli occhi dell’intera squadra corse: la 200 Miglia di Imola era in programma pochi giorni più tardi e il tempo stringeva.

 Quando la vidi per la prima volta pensai – E’ talmente lunga che non ce la farà mai a curvare… ha perfino una cerniera nel mezzo! -. Si è pieni di preconcetti giudicando una moto dall’aspetto: io ero sceso da poco da una macchina da competizione delle più maneggevoli del mondo e questa nuova Ducati, una bicilindrica a quattro tempi mi sembrava un ritorno al passato.

 Comunque uscii e feci dieci giri. Immediatamente mi resi conto che la grossa novità era il motore. Sembrava girare a basso regime, con uno scoppio ogni morte di papa, rispetto al due tempi (in realtà, era solo un impressione), ma era comunque sufficientemente veloce e il telaio pareva a posto. Mi sentii di criticare solo i pneumatici stradali TT100. Io avrei voluto gomme da gara Dunlop, ma i meccanici erano convinti che non avrebbero resistito per tutta la 200 Miglia. Facemmo qualche piccola modifica, le pedane, il manubrio, cose del genere, feci altri dieci giri e poi rientrai nel paddock.

 Quando arrivai ai box ero stanchissimo e di malumore, pronto a criticare e a fare a pezzi la moto, ma mi accorsi che mi era successo qualcosa. Tutti, i meccanici, i tecnici, saltavano, battevano le mani e mi davano delle pacche sulle spalle: avevo appena battuto il record sul giro del campione del mondo Agostini. E con pneumatici stradali!

 Tra gli altri c’era l’ingegnere, Taglioni. Non dimenticherò mai il suo largo sorriso di quel giorno.

 La moto era fresca di produzione, ed era stata creata assemblando pezzi dei nuovi modelli GT appena presentati. Nonostante il buon risultato la mia sensazione era che un mezzo così sperimentale difficilmente sarebbe arrivato al traguardo della 200 Miglia. La moto era molto più veloce di quanto mi aspettassi, visti i suoi 84 cavalli effettivi, e non perdeva potenza quando si surriscaldava durante la corsa come le due tempi che avevo guidato. L’erogazione molto morbida mi consentiva di gestire il gas in maniera più aggressiva. Ero sorpreso, la nuova Ducati era molto più guidabile e potente della Triumph con cui avevo corso l’anno precedente. La mia più grande preoccupazione restavano le gomme, ma i tecnici non volevano ascoltarmi.

 La 200 Miglia di Imola era la gara più importante in Italia, e all’appuntamento c’erano tutti i piloti dei team più famosi, Agostini con la MV Agusta campione del mondo, Villa su una fortissima Triumph, Jack Findlay su un’eccezionale Moto Guzzi, Saarinen con la sua Yamaha, Peter Williams e credo Croxford con le Norton e il grande team Triumph con Pickford e Jefferies. In più c’erano le squadre Suzuki Yamaha e Kawasaki.”

Avversari fortissimi su moto velocissime e ben collaudate. Tutto sembrava remare contro i due piloti della sperimentale Ducati ma…

“Le prove andarono molto bene, io e il mio compagno di squadra Bruno Spaggiari facemmo segnare ottimi tempi. Questo scatenò l’immediato malcontento di tutti coloro che prima avevano declinato l’offerta di correre con quella moto sperimentale e che ora, con loro grande sorpresa, si ritrovavano davanti.

 La pista è uno dei miei ricordi più precisi. Era un bellissimo circuito vecchio stile, e la gara si disputava anche su un tratto di strada pubblica. Il tracciato favoriva le alte velocità e sapevo che non sarebbe stata una gara di durata, impossibile pensare di chiudere il gas… La parte critica era la paurosa curva del Tamburello, per vincere, bisognava affrontarla a gas spalancato e trovarsi nella posizione giusta per l’uscita di curva. Non bastava essere piloti esperti per fare bene il Tamburello, ci voleva anche una buona dose di coraggio, o di pazzia. Bisognava tenere il gas aperto dalla fine della discesa fino a tutta la curva, che si affrontava ad oltre 240 km/h.”

Paura e incertezza regnavano sovrane nell’animo dei piloti. Nonostante le prove fossero andate benissimo, la gara era tutt’altra cosa…

“La partenza prevista era da fermi, con il motore acceso. Al via la MV di Ago partì velocissima, ma io fui più prudente perché ero perfettamente cosciente di avere un intero schieramento di concorrenti agguerriti alle calcagna, e non volevo rovinare tutto al primo tornante.

 Bruno ed io raggiungemmo in fretta le prime posizioni, ma quasi subito persi la prima marcia e lui mi superò di slancio. Ma poi riuscii a prendere il ritmo, e il problema più grosso ce lo crearono i doppiati, Imola era un circuito veloce, e c’erano tanti piloti lenti, inoltre la gara era massacrante e dovevamo evitare di continuo moto che si ritiravano o che finivano il carburante.

 Facemmo un solo rifornimento e fu la parte più critica di tutta la gara, perché sia io che Spaggiari rientrammo al box nello stesso momento. La Ducati non voleva solo vincere, voleva che le sue moto fossero prima e seconda, in formazione, per tutta la gara e anche durante il pit-stop. Voleva tutto, e riuscire nell’impresa sarebbe stato magnifico (anzi, sarebbe stato un miracolo).

 A metà gara ripassai Spaggiari, che rimase dietro di me fino all’ultimo giro, quando cercò di sorpassarmi all’esterno in uscita dalle Acque Minerali. Quella parte del circuito si affrontava a gas spalancato, e quando vidi la sua ruota anteriore che mi si affiancava, allargai la traiettoria sempre di più… Non lo vidi più accanto a me, e quando alla fine mi voltai a guardare indietro mi venne il sospetto che fosse finito nella siepe a bordo pista! Non avevamo perso nulla, però, perché avevamo un enorme margine di vantaggio su tutti gli altri”.

 Ma a volte i sogni si realizzano…

Così io e Bruno tagliammo il traguardo primo e secondo, e per la prima volta da quando ero salito su quell’aereo ad Atlanta, sentii la tensione allentarsi. Mi resi conto di quello che era successo solo quando rientrai ai box, vedendo l’espressione sul volto dei componenti del team, e in particolare, di Taglioni e Spairani, esaltazione pura. Avevano scommesso, e avevano vinto.”

 Il matrimonio tra Paul Smart e la Ducati 750 durò l’arco di una “200 Miglia”, ma fu uno dei più intensi della storia del motociclismo.


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