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Renzo Pasolini e Jarno Saarinen: la tragedia di Monza

“Che fosse successo qualcosa di drammatico lo si è capito subito al primo giro quando sono passati soltanto Braun e Lega, mentre arrivava Grassetti che faceva ampi gesti per richiamare l’attenzione dei commissari sportivi. Dal fondo del rettilineo cominciavano poi a tornare, in direzione vietata, delle moto lentissime, qualcuna con a bordo due piloti e taluni di questi stravolti e sanguinanti. Nello stesso tempo quelli che avevano compiuto anche il secondo giro rientravano ai box senza che nessuno avesse fatto loro una qualsiasi segnalazione”.

 E’ così che Renato D’Ulisse, l’allora inviato del Corriere dello Sport, raccontò quei drammatici momenti di Monza. Era il 20 maggio del 1973, sul tracciato brianzolo si disputava il Gran Premio delle Nazioni, quarto appuntamento del mondiale velocità. Al primo giro della classe 250, all’altezza del Curvone, si consumò l’immane tragedia. L’inchiesta ufficiale parlò di grippaggio  della moto di Pasolini, ma secondo alcune ricostruzioni Renzo Pasolini, lanciato all’inseguimento dei primi, scivolò sull’olio lasciato in pista poco prima dalla Benelli 350 di Walter Villa. Per il campione italiano non ci fu nulla da fare, la sua Harley-Davidson volò via impazzita schiantandosi prima contro il guard-rail e poi contro l’incolpevole Jarno Saarinen. A terra, tra un nugolo di piloti spauriti e smarriti che cercavano di scappare via agitando le braccia per farsi notare, restarono due corpi inerti, quelli di Renzo Pasolini e diJarno Saarinen. Quel giorno, a Monza, non solo morirono due grandi campioni, tra i più amati dalla gente, ma morì anche una parte del motociclismo, quella più umile, fatta di passione pura.

Perché mai, fino ad allora, si era consumata una tragedia simile. Perché mai, fino ad allora, la morte si era presentata in maniera così cruda e tangibile agli occhi degli spettatori. Una ferita talmente profonda che non si è mai rimarginata e che il tempo non potrà mai lenire. Anche perché il ricordo dei due fuoriclasse, dopo tanti anni, non si è minimante ingiallito. Ancora oggi, quelle terribili immagini “stampate” nei ricordi di chi visse quel dramma, ritornano e fanno male.

Ritornano ogni qualvolta, sull’asfalto dei circuiti, qualcuno cade e non si rialza. E subito ti vengono in mente quei due ragazzi che, in un’anonima domenica di primavera del 1973, videro crollare i propri sogni senza neppure accorgersi di quanto stava accadendo. Due campioni, antidivi per eccellenza, ma agli antipodi per carattere e modo di fare.

Romagnolo, solare, irruento, quasi un fumetto con quegli anacronistici occhiali, Pasolini. Finlandese, educato e colto, Saarinen.
Una tragedia che forse era già nell’aria. Alla vigilia della gara, Jarno Saarinen descrisse la pista di Monza, nata per ospitare le gare automobilistiche, pericolosa ed inadeguata. “Quel curvone, poi, è diabolico – disse, quasi presagendo l’appuntamento con la morte – si entra saltando e a una velocità folle”. E purtroppo non si sbagliò. Il mondo dello sport, e non solo, pianse la  morte dei due campioni e, chi come me ancora non era nato e l’ha sentito solo raccontare, pianse molti anni dopo.
Perché quel maledetto 20 maggio1973 qualche “pezzo” di quella meravigliosa favola chiamata motociclismo andò persa per sempre.

 E allora, oggi più che mai ci si chiede “Ne vale veramente la pena?”.

Vi rispondo con le parole di due grandi uomini, due miti del motociclismo che ci hanno insegnato a vivere fino in fondo la nostra passione, Burt Munro e Marco Simoncelli. Si vive di più 5 minuti andando al massimo su una moto come questa, di quanto non faccia certa gente in una vita intera”.


3 Comments

  1. Emanuele C

    2011/11/02 at 10:20 AM

    ci sono cose che non si possono dimenticare, eroi che rimarranno sempre con noi.
    Un saluto al Sic, l’ultimo eroe ad averci lasciati

  2. Gaetano

    2011/11/07 at 11:15 PM

    Grazie per questo racconto. Avevo 22 anni o giù di lì e il Paso era il mio pilota del cuore. Più di Ago che ho pure ammirato e stimato ma Paso era quello a cui sia io, sia i ragazzi della mia combriccola dedicavamo la nostra ammirazione. Saarinen lo conoscevamo ancora poco ma non ci voleva la laurea per capire che era molto forte e destinato a emergere.
    Grazie e un cordiale saluto

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