Leggende del Motociclismo

settembre 29th, 2011

Marlon Brando, James Dean e Steve McQueen: belli, dannati e motociclisti!

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brando

“Di lui alcuni hanno detto che fosse uno stronzo colossale. Altri al contrario hanno detto che fosse uno dei più grandi geni mai esistiti. Come al solito la verità la sapeva soltanto lui, solo che non ce la può più raccontare perché se n’è andato.
Solo che quelli come lui non se ne vanno per sempre: rimangono incastrati in qualche pellicola, in qualche pezzo della nostra anima, in qualche parte della nostra vita, perché, perché Marlon Brando è sempre lui!”.

E’ con queste parole che Luciano Ligabue introdusse la sua canzone Marlon Brando è sempre luiallo strepitoso concerto del 2005 al Campovolo di Reggio Emilia.
Eh sì, perché Marlon Brando era proprio così!

Dieci anni dopo il suo debutto a Broadway, il talentuoso ragazzo lanciato dal grande regista Elia Kazan, venne consacrato nel 1954 mito del cinema dal film leggenda Il selvaggio, dove interpretava il ruolo di Johnny Strabler, il ribelle motociclista che adorava la sua Triumph Thunderbird 6T e che comandava una banda di giovani teppisti dediti all’alcool e alle gimkane in moto. Un duro dal cuore tenero che viene ingiustamente accusato di un omicidio, e che solo la testimonianza di una ragazza scagionerà.

Bello e dannato, Marlon Brando era così. Proprio come “Il Selvaggio”. E bella e dannata fu tutta la sua vita.
Dalla difficile infanzia trascorsa all’ombra di un padre alcolista e donnaiolo, fino alle ultime vicissitudini famigliari che videro coinvolti il primogenito Christian, accusato dell’omicidio del fidanzato della sorellastra Cheyenne, e il suicidio di quest’ultima. Una “tragedia greca” che lo portò alla depressione prima, e alla morte poi.

Si dice che se James Dean cambiò il modo di vivere della gente, Marlon Brando cambiò il modo di recitare delle persone.

Alle 17,40 del 30 settembre 1955, all’incrocio tra la statale 41 e la 446 per Salinas, una Porshe Spyder 550 si schiantò contro una Plymouth nera che gli aveva tagliato la strada. Alla guida di quella Porshe Spyder c’era un ragazzo di soli ventiquattro anni, molto famoso: James Dean. D’altronde, la star bella e dannata di Hollywood che amava la velocità e il rischio non poteva morire diversamente!

Inquieto, solitario, insicuro e spavaldo, proprio come Jim Stark, il suo personaggio in Gioventù bruciata”. La famosa pellicola di Nicholas Ray fece entrare di diritto Dean nel “Gotha” cinematografico proprio nel 1955, pochi mesi prima della sua scomparsa.
E poteva un personaggio così non farsi conquistare dal fascino delle due ruote?
E poteva, un personaggio così, non farsi conquistare dal fascino delle due ruote?
Certo che no! Ed ecco allora James volare tra un set e l’altro, tra un locale e l’altro, sempre in sella alla sua fidata Triumph Trophy.
Proprio come il giorno delle nozze della sua ex fidanzata Anna Maria, quando, in jeans e giubbotto di pelle nera, si presentò davanti alla chiesa con la sua moto, sulla quale rimase seduto per tutta la durata della cerimonia.

Dal debutto a Broadway nel 1952, dove il regista Elia Kazan si accorse di lui (proprio come per Marlon Brando), ai  cult movie come “Gioventù bruciata”, “Il gigante” e “La Valle dell’Eden” (uscito postumo e terminato con una controfigura), James Dean ebbe una carriera breve ma intensa, come la sua vita. Quel ragazzo, che insegnò a tutti noi ad indossare jeans e maglietta e che cambiò il modo di vivere della gente, lo sapeva già di essere un mito. Quello che non sapeva, era che nel tardo pomeriggio di un caldo settembre del 1955 sarebbe diventato per sempre una leggenda.

“…Voglio una vita spericolata   Voglio una vita come quelle dei films  Voglio una vita esagerata  Voglio una vita come Steve Mc Queen…”

E di Steve McQueen resteranno sempre impresse nei nostri occhi le gloriose acrobazie motociclistiche del capitano Virgin Hilts, in sella a quella Triumph TR6, camuffata da BMW scrambler militare dell’esercito tedesco, nel film La grande fugadel 1963. Dannato forse no, ma affascinante certamente si, Steve McQueen non ricorreva quasi mai alla controfigura per le scene pericolose “a motore”.

Perché Steve McQeen era sì un attore, ma era anche un grande appassionato di corse a due e quattro ruote, e negli anni sessanta e settanta in sella alle sue Triumph, di cui era un grande estimatore, prese parte a numerose gare come la Baya 1000, la Mint 400 e il Gp di Elsinore. Nel 1964 fu addirittura scelto per rappresentare gli Stati Uniti nella Sei Giorni Internazionale di Enduro.

Esordì a Broadway nel 1955, quando James Dean era già una leggenda e Marlon Brando un mito, ma da lì a qualche anno, anche lui avrebbe fatto il suo ingresso nel Gotha del cinema, e proprio con  il film La grande fuga. Verso la fine degli anni settanta, poi, cominciarono i primi problemi di salute, che diedero avvio agli ultimi e difficili anni della sua vita. Una vita spericolata, sempre divisa tra le sue grandi passioni: il cinema e le corse.
Se lo porterà via un male incurabile  il 7 novembre del 1980 all’età di cinquant’anni (per chi volesse approfondire, consiglio la lettura del libro edito da Giorgio Nada Steve McQueen. Le auto, le moto e le corse”).



About the Author

Andrea Adorni
Andrea Adorni, per tutti Ado, vive a Parma a pochi chilometri dal Passo della Cisa e dall’autodromo di Varano de’ Melegari, i suoi luoghi di culto. Amante della piega perfetta, non è un caso se il suo motoclub si chiama “InPiega”. Non disdegna le lunghe cavalcate di gruppo e le sfide tra i cordoli. La sua specialità? Raccontare il motociclismo degli anni 80 e 90.




 
 

 
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