(articolo di Larth)
Serge Pilardosse (Gerard Depardieu) è un gigante buono che, ormai giunto alla pensione, si guarda indietro con un pizzico di malinconia: ha lavorato per quarantacinque anni, quasi tutta la sua vita, ed ora è finalmente giunto al suo traguardo. Da un resoconto statale, però, risulta che per molti dei lavori svolti da Serge non sono mai stati versati i contributi che gli sarebbero spettati per poter godere di una pensione dignitosa, degna di una vita costellata da duro lavoro e poche soddisfazioni. La sua compagna fedele, un’altrettanto burbera quanto buona Yolande Moreau, lo spinge allora a partire in sella alla sua vecchia Munch Mammuth, la motocicletta che negli anni di gioventù gli aveva prestato servizio e soprannome, alla ricerca dei vecchi documenti per tornare in regola con l’erario. A questo punto, Mammuth accende il motore e parte per un road movie senza confini. Un viaggio che lo porta a incontrare i personaggi più disparati e a scontrarsi con la crudeltà, la follia, ma anche l’amore, che gli uomini sono in grado di offrire, ottenendo, alla fine, qualcosa in più di qualche semplice scartoffia: una nuova consapevolezza.
Vecchio, proprio come un Mammuth. Per capire fino in fondo l’ultima fatica di Kervern e Delepine dobbiamo prima di tutto affrontare un discorso tecnico: perché una scelta estetica così particolare? Il film ha una fotografia ed una regia davvero semplici, addirittura amatoriali (il tremolio della macchina da presa, solitamente eliminato in post produzione, è stato lasciato libero di respirare come una bandiera al vento), sicuramente atte ad accompagnare il viaggio di Mammuth, personaggio semplice e spontaneo, senza troppi fronzoli. Il linguaggio cinematografico adottato, quindi, è del tutto funzionale alla storia e sarebbe ridicolo considerare, in qualche modo, una “mancanza” la genuinità tecnica della pellicola.
Centrale, nel film, il rapporto tra Mammuth e sua moglie, elementi cardine l’uno nella vita dell’altro, entrambi rimasti senza la forza di un tempo, abbandonati a sé stessi, privi di certezze e consci di aver perso, oramai, assieme al buonumore, anche la giovinezza. Emblematica la sequenza in cui Mammuth, in sella alla fidata vecchia moto, vede le nuove generazioni di motociclisti sfrecciargli di fianco mentre lui resta sereno, pago della consapevolezza che nessuno potrà più corrergli dietro. Quella di Mammuth è stata una vita fatta di scarsa metodicità; almeno così pensa lui, finché non scoprirà che gli è stata inconsciamente inculcata dall’età, maestra suprema.
La moto del film: Munch Mammuth TTS/E 1200
Quello della Munch Mammuth non è l’unico caso di moto con motore automobilistico, ma è il più celebre. Quando nasce, nessun’altra stradale ha 4 cilindri. La Munch viene fondata nel 1965 a dorn-Assenheim da Friedel Munch. La moto si basa sul un motore della NSU 1000 e viene presentata col nome di Mammuth.
La 4 cilindri teutonica rappresenta qualcosa di unico nell’intero panorama motociclistico mondiale, una vera maxi in anticipo sui tempi: costosissima e costruita praticamente a mano con cura artigianale. Come si può ben immaginare, ridurre il peso di ogni singolo componente è di primaria importanza per portare a livelli accettabili la bilancia della Mammuth. Per far questo, Munch impiega dove possibile un materiale speciale: l’elektron. Si tratta di una speciale lega di magnesio utilizzata soprattutto nell’industria aeronautica, proprio per le sue notevoli proprietà di resistenza alle sollecitazioni in rapporto al peso.
Nella Mammuth sono molte le parti realizzate in elektron AZ91: gruppo fanale/strumenti, gruppo codone/sella/parafango posteriore, cartella della distribuzione, coppa dell’olio, scatola del cambio, foderi forcella, forcellone oscillante, carter della catena e le ruote . La produzione si evolve attraverso 4 serie diverse, sempre mantenendo il motore NSU Prinz quale unità motrice. La potenza passa dai 55 cavalli dei primi esemplari ai 100 degli ultimi. La ciclistica passa, invece, dal telaio completamente in tubi a quello misto-tubi nella parte anteriore e monoscocca in magnesio al posteriore. La produzione terminerà nel 1979.
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